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Economia e Finanza

GEO-FINANZA/ Dal petrolio una (nuova) minaccia per l'Italia

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Di qui i rischi crescenti per l'economia globale: la discesa del greggio rischia di fare altrettanti danni alla finanza occidentale del crollo dei valori immobiliari nel 2007-2008. Non c'è solo la crisi di Banca Etruria, insomma. I risparmiatori Usa che hanno investito i propri risparmi in "tranquilli" fondi di investimento agganciati all'andamento delle infrastrutture dell'energia (cosa si può immaginare di più stabile di oleodotti, stazioni di servizio e infrastrutture per lo stoccaggio?) hanno accusato a fine 2015 in media una perdita del 37% sul valore dell'investimento. È andata peggio a chi ha messo i propri risparmi intitoli ad alto rendimento legati al boom dello shale oil. Una sorte simile ai detentori delle obbligazioni subordinate di Banca Popolare dell'Etruria o di Banca delle Marche. Fino a pochi mesi fa, del resto, sembrava che i detentori delle obbligazioni senior nello shale oil potessero cavarsela con poco, scaricando sui portatori dei bond junior l'onere delle perdite. Ma non è stato possibile. 

Anzi, la crisi del petrolio minaccia da vicino il sistema bancario. Non solo perché il calo dei prezzi è costato finora oltre 50 miliardi di dollari, ma perché, insinua il Financial Times, nei prossimi stress test sulla capacità di tenuta delle banche in caso di crisi sistemica, gli ispettori della Fed potrebbero imporre riserve sufficienti per far fronte a un crollo dei prezzi del petrolio fino a 10 dollari. In quel caso s'innescherà un effetto domino disastroso.

Insomma, il calo del greggio rischia di innescare un pericoloso effetto boomerang. Rischiano i Paesi produttori, a partire dall'Arabia Saudita che ha appena varato una finanziaria lacrime e sangue (un taglio di 98 miliardi tra minori sovvenzioni e più tasse) che senz'altro inciderà sui precari equilibri sociali e politici della potenza wahabita. Rischiano gli Stati Uniti, la cui ripresa economica è stata resa possibile dal boom dello shale oil. Ma rischiano anche i consumatori, come ci ha insegnato la crisi dei subprime. Allora l'Italia sembrava impermeabile alle tensioni dei sistemi bancari più colpiti. Ma, a distanza di qualche anno, abbiamo dovuto amaramente prender atto che le conseguenze del terremoto avevano compito alle fondamenta anche le banche tricolori. Non ci vuole molto a capire che la caduta del potere d'acquisto delle monarchie del Golfo, oltre alla crisi della domanda russa e gli effetti sugli altri Emergenti (vedi Brasile), avrà effetti sensibili sulle esportazioni italiane. Senza trascurare la frenata della Cina, causa prima della crisi dei produttori di materie prime. 

L'aspetto più grave, però, è che il declino dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime industriali e agricole, altro non è che la punta dell'iceberg di un malessere più profondo, il rischio cioè della stagnazione secolare: il Brent in calo ci segnala, insomma, che la crisi è tutt'altro che passata, ma morde sempre di più. Ha ragione Renzi: il petrolio debole non è una buona notizia. Chissà come fa lui a spandere lo stesso messaggi di ottimismo (e a fare nuovi debiti).

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