BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

GEO-FINANZA/ Dal petrolio una (nuova) minaccia per l'Italia

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Il petrolio a buon prezzo non è un affare. Nemmeno per l'economia italiana, pur basata sulla trasformazione delle materie prime con un alto consumo di energia. A sostenerlo è stato Matteo Renzi in persona, contraddicendo il cosiddetto senso comune, accumulato in decenni passati a imprecare contro lo strapotere degli sceicchi, l'onere della bolletta petrolifera e le esperienze vissute nei giorni dei vari shock petroliferi. C'è da domandarsi se si tratta di una semplice battuta a effetto, una di quelle più o meno felici che il Premier dispensa a piene mani, oppure se davvero il mondo è proprio cambiato. Probabilmente non in meglio. 

Ma, tanto per cominciare, proviamo a capire se la discesa del greggio, precipitato dai 67 dollari al barile di aprile ai 37 di fine anno, sia destinata a durare. Per carità, le previsioni in questo campo servono soprattutto a fare brutte figure. Perfino The Economist, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, si spinse a pubblicare una copertina dal titolo "A quando il petrolio a 5 dollari?". Da quel momento scattò uno spettacolare aumento delle quotazioni. Difficile, però, che la storia possa ripetersi nel 2016, anche se l'arrivo del freddo può favorire un rimbalzo dei consumi nei prossimi mesi. Ma le prospettive sono comunque negative. Per varie ragioni. 

Primo, perché l'offerta, in assenza di accordi tra i produttori, continua ad aumentare: i pozzi dell'Arabia Saudita, della Russia e di altre potenze petrolifere pompano greggio ai massimi storici, con il risultato di un surplus di 2 milioni di barili al giorno. E la situazione promette di aggravarsi visto che presto l'Iran metterà sul mercato altri 500.000 barili al giorno. Inoltre, a giorni diventerà legge la storica decisione di Washington di consentire, dopo il divieto fissare per legge nel 1973, l'export di petrolio, a conferma dell'intenzione americana di svolgere un ruolo più attivo nella politica energetica globale. 

A queste considerazioni di natura geo-economica, vanno aggiunte altre considerazioni, legate al cambiamento che si è verificato nel mercato dell'energia: le transazioni "fisiche", ormai, hanno un valore ridotto rispetto alle dinamiche finanziarie che sono alla base del nuovo mondo dell'energia che ruota attorno all'economia di carta, fatta di derivati, opzioni, scommesse finanziarie e così via. Come capita per le valute, ormai i passaggi fisici sono solo una parte relativamente modesta di movimenti finanziari ben più cospicui. 

Una trasformazione che in questi anni ha preso velocità, a mano a mano che il mondo del petrolio ha chiesto (e ottenuto) i quattrini necessari per finanziare lo sviluppo del settore dello shale oil americano. O quando i Paesi produttori, dalla Russia al Messico passando per la scommessa del greggio brasiliano sotto i fondali di Rio de Janeiro, hanno chiesto e ottenuto finanziamenti a basso costo per sviluppare investimenti garantiti dall'oro nero: almeno 2.500 miliardi di dollari per il settore energy su un totale di 14-18 mila miliardi che non sarà facile restituire, per almeno tre ragioni: il calo del prezzi, la difficoltà di reperire nuovi finanziamenti, l'aumento di valore del dollaro, il colpo di grazia per i Paesi afflitti dal debito in moneta Usa. 



  PAG. SUCC. >