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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I calcoli errati dell'Arabia Saudita

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Sempre per Khalid Alsweilem, oggi accademico al Belfer Centre della Harvard University, «le autorità saudite hanno compiuto un grosso azzardo inondando il mondo di petrolio per guadagnare quote di mercato e tagliare fuori i concorrenti. Il solo pensare che prezzi bassi significhino la fine dell'industria shale statunitense non ha senso e si rivelerà un errore». E anche all'interno della famiglia reale saudita c'è divisione al riguardo, anche se per adesso sembra prevalere la linea dell'ottimismo, ovvero quella di chi spera in un deja vu di metà anni Ottanta, quando il Regno sposò una strategia simile e riuscì a colpire la produzione non Opec, preparando il terreno per una ripresa delle dinamiche dei prezzi. 

Sarà, ma mi pare che la situazione attuale non abbia precedenti e che basarsi su ricorsi storici raffazzonati potrebbe rivelarsi fatale, per almeno tre ragioni. Primo, nonostante stia soffrendo, il comparto shale statunitense regge anche con i prezzi sotto i 50 dollari al barile, visto che giocando sui margini l'operatività è rimasta immutata e la stessa Opec, nel suo ultimo report, ha dovuto ammetterlo. Secondo, la Russia ha superato di nuovo Ryad come primo fornitore di petrolio della Cina e sta pompando al massimo dall'era post-sovietica, potendo oltretutto contare sul benefico apporto della svalutazione del rublo. Terzo, il Pil globale sta perdendo intensità molto rapidamente a livello energetico e sia l'efficentamento che le tecnologie legate alle rinnovabili potrebbero porre ulteriore pressione sul petrolio. 

Per Khalid Alsweilem, «in Arabia ancora oggi la sensazione è quella che questa situazione sia ciclica e che presto muterà di verso, quindi tutto sarà di nuovo ok. Il problema è sbagliare valutazione, ovvero se quanto sta accadendo è strutturale, un Paese come l'Arabia non può stare fermo a guardare, perché vedrebbe a rischio la sopravvivenza stessa della sua economia». Non a caso, il principe Mohammed bin Salman, il 30enne decisionista che sta di fatto guidando la nazione, tiene sul comodino il saggio della McKinsey "Beyond Oil", nel quale ci sarebbe la ricetta per rompere una volta per sempre l'ombelicale dipendenza della nazione dal petrolio e raddoppiare il Pil entro il 2020 con un blitz di investimento da 4 triliardi di dollari in otto industrie: petrolchimica, metalli, acciaio, alluminio, automobili, manifattura elettronica, turismo e sanità. 

E attenzione, perché non solo lo studio della McKinsey dice chiaro e tondo che l'Arabia rischia di affrontare un vero e proprio disastro economico se non reinventa se stessa in fretta, ma anche che per attuare questa transizione le donne devono entrare ufficialmente e in massa nella forza lavoro: forse, questa crisi petrolifera porterà con sé qualcosa di buono a lungo termine. L'alternativa? Entro il 2030, con queste dinamiche e senza riforme strutturali, la ratio debito/Pil sarà al 140% e il deficit sarà stabilmente in doppia cifra. 

Forse, nei suoi calcoli errati fin da principio, Ryad pensava che la Russia sarebbe stata fiaccata molto di più e molto prima da questa disputa, ma il Cremlino ha lasciato fluttuare il rublo, arrivando a una svalutazione del 60% sul dollaro: certo, il colpo è stato duro all'inizio per i consumatori russi, ma ha protetto il budget dallo shock immediato del calo del prezzo del barile. Ryad deve agire. E speriamo lo faccia davvero attraverso un percorso di riforme e non attraverso scorciatoie geopolitiche o di destabilizzazione come avvenuto in passato. 

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