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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Ecco perché i mercati hanno "bocciato" Draghi

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Ed eccoci alla seconda criticità, la più seria: i mercati hanno capito benissimo, tanto che casualmente alle 15:16 di ieri pomeriggio, quando le Borse stavano schiantandosi, il circuito Euronext si è bloccato per "ragioni tecniche": ovvero, come fermare un calo dei corsi basato su validi motivi? Bloccando le contrattazioni e facendo capire a chi investe che la logica del "whatever it takes" può esprimersi e palesarsi in vari modi, anche truffaldini. Ma i mercati non si può fregarli per sempre, soprattutto quando si è creato un mondo in cui il debito europeo con rendimento negativo ha un controvalore di 2,6 triliardi, schiantando anche il record precedente di aprile quando si verificò lo shock sul Bund. E cosa prezzano i mercati? Non essendoci più price discovery, né fair value nell'obbligazionario, prezzano la realtà. Ovvero, il fatto che rendimenti negativi portano come conseguenza proprio ciò che la Bce e tutte le Banche centrali intendevano combattere con le misure di stimolo: la deflazione. Insomma, la ricetta non funziona e siccome l'unico obiettivo in un mondo che sta annegando in 200 trilioni di debito è proprio stimolare inflazione, il timore è che l'esperimento vada fuori controllo, arrivando all'extrema ratio del Qe perenne e quindi al rischio opposto, l'iperinflazione. 

Ma c'è dell'altro e forse di peggio. La cosiddetta politica di tassi di interesse negativi (Nirp) doveva spingere la gente a utilizzare i propri risparmi per investire nel mercato o nell'economia reale, essendo i tassi negativi un disincentivo all'accantonamento. Il problema è che con tutti che vanno front-run agli acquisti della Bce e con i rendimenti che continuano a schiantarsi, segnalando uno tsunami di deflazione, tenere i soldi in banca ha un senso eccome: insomma, i risparmi dei cittadini stanno salendo, a non salire sono i salari e i consumi, quindi ovviamente nemmeno l'inflazione. Insomma, tassi ultra-bassi potrebbero perversamente portare a una maggiore propensione al risparmio, anche per l'incertezza legata al sistema pensionistico, di cui Tito Boeri l'altro giorno ci ha dato onesta conferma. 

Detto fatto, nonostante il Qe, le aspettative inflazionistiche in Europa non sono mai state così basse. Insomma, in un mondo interconnesso a livello monetario, ciò in cui si sono imbarcate le Banche centrali è soltanto una guerra a chi esporta più deflazione. Di più, queste dinamiche hanno eroso la miglior linea di difesa della Banche centrali proprio contro gli shock deflazionistici, oltretutto in un contesto di costi energetici ai minimi da anni. Ma attenzione, perché questa tendenza non riguarda solo l'Europa. Anzi. Il primo grafico a fondo pagina ci mostra come le aspettative di breakeven inflazionistico statunitensi a 5 anni siano oggi al di sotto del minimi di gennaio, ma, soprattutto, con lo spread verso l'eurozona che si è ridotto solo a 20 punti base dai 60 dello scorso ottobre. Insomma, gli investitori obbligazionari segnalano che la Fed non ha più il controllo, mentre la Fed finge di ignorare le preoccupazione del mercato legate alla deflazione. 

E ancora il secondo grafico, il quale ci mostra come a partire dal 2013 i corsi azionari siano andati in rally, mentre le pressioni deflazionarie erano rinforzate da un dollaro forte, dai bassi prezzi delle commodities e dal calo della domanda globale.