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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Ecco perché i mercati hanno "bocciato" Draghi

Le parole pronunciate ieri da Mario Draghi non sembrano aver avuto un effetto positivo sui mercati, vista la loro reazione immediata. Il commento di MAURO BOTTARELLI

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Se a qualcuno fosse servita un'ulteriore riprova del fatto che Re Draghi era ormai nudo, ieri è stato l'impietoso giudizio del mercato a fornirla. I primi due grafici a fondo pagina mostrano infatti plasticamente come le principali assets classes hanno reagito all'annuncio dell'estensione del programma di Quantitative easing della Bce almeno fino al marzo 2017, con la possibilità di estenderlo ancora se necessario e dell'inclusione di obbligazioni emesse da regioni ed enti locali nella platea di bond eligibili all'acquisto. Una rovina assoluta, tanto che meno di un'ora dopo l'annuncio del numero uno della Bce, l'euro era già risalito a 1,09 sul dollaro, un balzo di 370 pips, il maggior incremento dal 2009. Ma non è solo questo ad aver fatto deluso i mercati, né il fatto che il tasso di deposito sia stato spostato in negativo solo di 10 punti, al -0,30%, sono altre due cose. 

Una è la criticità di cui vi parlavo nel mio articolo di ieri, ovvero il fatto che il programma di Qe non abbia un'alternative reverse, ovvero la possibilità di rivendere i bond acquistati, ma unicamente la possibilità di detenerli fino a maturazione. Draghi ha infatti comunicato che i rendimenti dei bond acquistati dalla Bce verranno reinvestiti «finché necessario» per contribuire al miglioramento della situazione di liquidità: il problema è che il mercato non è scemo e visto che metà degli emittenti europei ha rendimenti sui propri titoli di Stato in negativo su scadenze sempre più lunghe, come ci mostra la tabella a fondo pagina, è ovvio che la liquidità che la Bce potrà reinvestire è pari a zero o poco più. Il passo successivo, quindi, potrebbe essere quello di rivendere, in caso il rialzo dei tassi Usa desse il via alla grande rotazione da azionario a obbligazionario. 

La Bce, inoltre, proseguirà le operazioni di rifinanziamento a tasso fisso «finché necessario» o almeno fino al 2017, altro segnale di netta debolezza e di navigazione a vista. Insomma, nonostante Draghi abbia sottolineato come la politica accomodante della Bce stia avendo «significativi effetti positivi sulle condizioni di finanziamento, sul credito e sull'economia reale» (potere dell'ottimismo o della disperazione), i mercati hanno prezzato una sola cosa: i fuochi d'artificio che ci si attendeva non ci sono stati. Sempre per Draghi, «la Bce sta facendo di più perché sta funzionando, non perché sta fallendo. Le misure di politica monetaria accomodante sono state abbastanza efficaci, come dimostrano il calo del costo del credito nell'Eurozona, la flessione degli spread, in particolare nei Paesi vulnerabili e il miglioramento generale delle condizioni di finanziamento». Anche in questo caso, non si sa in che mondo viva, a parte l'oggettiva compressione artificiale del rischio di credito sugli spread. 

La parte più interessante è arrivata però sul finale, quando Draghi ha rivelato che le decisioni del Consiglio direttivo della Bce «non sono state unanimi, ma sono state prese con una maggioranza molto ampia», chiaro segnale che la Bundesbank sta per dire basta. Interpellato poi proprio sulla reazione nettamente negativa dei mercati alle misure annunciate, o più che altro alla loro mole, Draghi ha poi dichiarato che «la nostra comunicazione non è stata sbagliata penso che ci voglia tempo perché le nostre misure vengano pienamente apprezzate». Come al solito, non sono io che non so spiegarmi, siete voi a non capire.