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SPY FINANZA/ "L'azzardo" dell'Arabia Saudita nella guerra del petrolio

Pubblicazione:sabato 5 dicembre 2015

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Ma il rischio di default sovrano sistemico sta crescendo anche per altri Paesi, visto che dei cosiddetti "Fragile Five" membri dell'Opec, ben quattro - Iraq, Libia, Nigeria e Algeria - sono in prima linea nella lotta al terrorismo e tutti stanno comprimendo al massimo i margini di breakeven, ma presto potrebbero non riuscire più a finanziare operazioni militari e di sicurezza in un mercato con il barile sotto i 50 dollari o, addirittura, 40 come accaduto ieri. Libia e Iraq sono già al top della scala di rischio all'interno dell'Opec, ma ci vuole cautela prima di pensare che le cose non potranno peggiorare. 

Terzo fattore, il rischio che il petrolio sia l'argomento per un'escalation militare globale. La ragione è semplice. Subito dopo l'annuncio da Vienna, oltre al prezzo del petrolio, sono stati due i grandi movimenti di mercato: il salto alle stelle dell'oro, bene rifugio che tesaurizza storicamente le aspettative di crisi, e il rublo russo, schiantatosi letteralmente nei confronti del dollaro. Immediata è giunta la risposta, alquanto indispettita, di Rosneft, il gigante energetico russo, alla decisione dell'Opec, ovvero di Ryad: per la ditta russa, infatti, quanto accaduto «è in linea con un trend di enorme dumping del mercato. Non vediamo rischi per la nostra azienda derivanti da questa decisione, anche perché i nostri costi di produzione sono tra i più bassi al mondo». Vero, ma ulteriore pressione sul rublo potrebbe significare aumento della percezione di rischio sistemico per il Paese, impegnato oltretutto in una delicata e costosa campagna militare in Medio Oriente, quindi maggiori costi di finanziamento del debito sull'open market e le aziende russe, soprattutto nell'ambito energetico, hanno uno stock in valuta estera non invidiabile. 

A rendere chiara la spaccatura netta all'interno dell'Opec, che come vi ho detto è stata acuita e sobillata proprio dall'appeasement russo verso l'Iraq e l'Iran, oltre che Venezuela ed Ecuador, è stata ieri l'agenzia Bloomberg, la quale in mattinata dava notizia di una riunione informale dell'Opec in un hotel di Vienna qualche ora prima del meeting ufficiale, durante il quale l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di greggio al mondo, avrebbe ribadito il suo ruolo egemone nel cartello, intimando che sarebbe pronta a tagliare la produzione solo se anche la Russia e il Messico condivideranno questa linea in maniera ufficiale. Stranamente, nessuna richiesta di taglio verso l'alleato Usa che in compenso sta allagando il mondo con il suo shale oil. E con il 2015 che dovrebbe chiudersi per l'associazione dei 12 Paesi produttori di petrolio con ricavi in calo a 550 miliardi di dollari da una media dei cinque anni precedenti di oltre 1.000 miliardi, stando a dati dell'Agenzia internazionale per l'energia del 10 novembre scorso, appare chiaro come la mossa di Ryad non sia legata a legge di domanda e offerta o ai propri interessi economici, ma solo a logiche politiche e di potere nell'area.

C'è poi la variabile cinese, ovvero il rallentamento della seconda economia mondiale che, se prolungato, potrebbe far flettere ancora di più la domanda a livello globale. Stando al giudizio di Stephen King, senior economic advisor per Hsbc Holdings, anche nel caso di un taglio alla produzione da parte dell'Opec, non ci sarebbe una ripresa sostenuta dei prezzi del greggio a causa del perdurante rallentamento economico di Pechino. 


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