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FINANZA E POLITICA/ La "trappola" pronta per l'Italia

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Sorgono tre interrogativi: a) sono i sistemi tributari degli Stati della “vecchia” Ue a 15 a essere più o meno efficienti, sotto il profilo economico e sociale oppure lo sono l’estensione e le modalità di intervento pubblico in essi radicatosi?; b) gli Stati neocomunatari a “flat tax” e poco welfare non finiranno per fare le scarpe agli altri?; c) l’arma vincente non consiste nell’”affamare la bestia”, ossia ridurre aliquote e gettito per imporre una marcia indietro della mano pubblica?

Alla prima domanda risponde uno studio del ministero dell’Economia danese e dell’Università di Copenaghen (Cesifo Working Paper n. 1859): ci piaccia o non ci piaccia, nell’Ue, un coordinamento delle politiche tributarie è inevitabile e tale da comportare vincitori e vinti . Alla seconda, un saggio del pensatoio liberale svedese Timbro dimostra che proprio nell’Europa occidentale i Paesi con la mano pubblica più tentacolare sono anche quelli dove l’esclusione sociale sta crescendo più rapidamente. Questa ipotesi viene rafforzata da un lavoro della Commissione europea ignorato in Italia, le previsioni al 2050 della produttività del lavoro nell’Ue a 25 (prima che entrassero Bulgaria e Romania): un rallentamento marcato nell’Ue in generale, ma soprattutto in quelli la cui popolazione si invecchia, lo stato sociale è esteso e il sistema tributario pesante. Una prova del 9 si ha, indirettamente, da uno studio dell’Università Carlo III di Madrid (Cepr Discussion Paper n. 5812): negli Stati Uniti (dove il welfare è leggero e la Pubblica amministrazione non è - per utilizzare i qualificativi di Giuliano Amato - “impicciona” e “pasticciona”) i maggiori beneficiari di una “flat tax” sarebbero proprio i più poveri.

La lezione è chiara: occorre ridurre l’onere tributario e semplificarne la struttura - questo il significato della “flat tax” (anche se non si va immediatamente ad aliquota unica ma si viaggia verso di essa durante una fase di transizione). È fattibile se non si opera preliminarmente dal lato della spesa, soprattutto di parte corrente. Per anni si è creduto nella strategia (mai praticata in Italia) di imporre una riduzione della spesa smettendo di alimentarla con gettito tributario. A raggelare questa tesi, è venuto un saggio di Christina e David Romer dell’Università della California a Berkeley (Nber Working Paper N. W 13548) in cui si dimostra (sia tramite un’analisi econometrica comparat,a sia tramite lo studio di quattro “episodi” effettivi di politica economica) che l’assunto non tiene: se non si taglia prima la spesa pubblica meno produttiva, aumentano deficit e disavanzo e, dopo un paio di esercizi, occorre aumentare di nuovo le tasse. Quindi, urge chiedere ai Ministri della spesa di mettere le loro casse in ordine e dare certezze agli italiani. Se non vogliamo entrare nel circolo vizioso: alte tasse, alto welfare, bassa produttività, accresciuta concorrenza.

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