BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ I "siluri" di Russia e Cina contro l'Arabia Saudita

Pubblicazione:lunedì 7 dicembre 2015

Infophoto Infophoto

Ma veniamo proprio alla Cina, la quale potrebbe rivelarsi il pilastro cui la Russia potrebbe sostenersi in caso di eventi avversi, come una nuova crisi speculativa sul rublo che porti a drenare nuove riserve valutarie. Pechino nel terzo trimestre di quest’anno ha aumentato molto l’import di petrolio, proprio in ossequio al programma di rifornimento delle riserve strategiche (Spr), incrementando i permessi per le piccole raffinerie e permettendo extra 700mila barili al giorno di import da luglio. E da chi compra Pechino? Dalla Russia, dal Mare del Nord e dall’Angola. Qualcuno potrebbe far notare che la Cina ha già praticamente finito il suo spazio di stoccaggio e quindi potrebbe essere forzatamente obbligata almeno a rallentare gli acquisti di greggio. Ma non è così e il perché è presto detto: il piano Spr cinese è diviso di varie fasi, con l’obiettivo finale di arrivare a circa 500 milioni di barili. Il primo ciclo di stoccaggio è già terminato e prevede una capacità di 103 milioni di barili, mentre la fase due dovrebbe chiudersi proprio tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2016, garantendo altri 170 milioni di barili di capacità attraverso una dozzina di siti, la gran parte dei quali sono già stati terminati, come mostra la mappa a fondo pagina. Si stima che nella seconda metà di quest’anno, l’import petrolifero cinese potrebbe essere cresciuto del 12% rispetto ai primi sei mesi e per l’intero 2016 le proiezioni sono di un +5%.

E tanto per lasciare ancora meno tranquilla Ryad dopo la scelta di forzare la mano, in questo risiko entra anche il grande nemico di Ryad, quell’Iran contro cui sta combattendo la “proxy war” in Yemen e che ora, con le sanzioni pronte per essere eliminate, rischia di fare pesante concorrenza al primo produttore Opec, aumentando la saturazione e spingendo ulteriormente al ribasso i prezzi del barile. Teheran è nervosa da mesi con l’Opec, tanto che sul finire di agosto il ministro per il Petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, aveva dichiarato di supportare la richiesta di un meeting d’emergenza per cercare una soluzione che sblocchi la spirale ribassista dei prezzi, sottolineando che il suo Paese «è intenzionato a riconquistare la quota di mercato a qualsiasi costo. Non abbiamo alternative, se non quella di aumentare la nostra produzione. Se non lo faremo prontamente, perderemo a livello permanente la nostra quota di mercato».

E in effetti, Teheran era il secondo produttore dell’Opec dopo l’Arabia Saudita fino alle sanzioni di tre anni fa, visto che nel 2011 produceva 3,7 milioni di barili al giorno, mentre solo l’anno dopo la quota era scesa a 1,2 milioni. Ma Ryad non mollò la presa e, supportata dai Paesi del Golfo, non indisse mai quel meeting di emergenza, arrivando alla decisione dell’altro giorno, in perfetto contrasto con i desiderata di Teheran.

 

(1- continua)

 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.