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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Medio Oriente, le "grandi alleanze" tra Isis e petrolio

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E c'è di più, perché le sanzioni prevedevano restrizioni anche sullo stoccaggio di petrolio, ma Teheran ha bellamente ignorato il limite, utilizzando lo stoccaggio offshore in mare. E parliamo di un qualcosa di grosso, visto che annualmente l'Iran pompa 1,204 miliardi di barili di petrolio: quindi, se i dati Windward sono attendibili, stoccato offshore c'è il 4,2% della produzione annuale di Teheran, divisa su 28 tankers ognuno con capacità tra il milione e i 2 milioni di barili. C'è poi un ultimo step che mette le cose in prospettiva e in chiaro le forze in campo, tramutando la decisione dell'Opec in ciò che in effetti è: ovvero, la prosecuzione della lotta in atto tra Siria, Iraq e Yemen con altri mezzi. 

Ryad, infatti, deve ricordarsi del fatto che nel maggio del 2014, a margine dell'incontro tra il ministro della Difesa cinese, Chang Wanquan, con la sua controparte iraniana, Hossein Dehqan, il primo si espresse in questi termini rispetto ai rapporti tra Pechino e Teheran: «Dati i punti di vista comuni su vari e importanti temi legati alla politica della sicurezza, regionale e internazionale, il governo cinese ha in quello iraniano un partner strategico. Sono certo che le relazioni amichevoli tra i nostri Paesi e le nostre forze armate saranno rinforzate, anche attraverso visite personali di politici e cooperazione nell'addestramento dei nostri eserciti». 

Il primo grafico a fondo pagina mostra senza bisogno di miei commenti quali siano i rapporti commerciali tra Pechino e Teheran. Siamo sicuri che con la sua mossa in seno all'Opec, l'Arabia Saudita non abbia finito per spararsi nel piede, dopo aver minacciato con la pistola mezzo mondo, almeno a livello economico? E quello stesso esercito iraniano così in buoni rapporti con quello cinese è oggi in campo a fianco di Hezbollah e truppe siriane fedeli ad Assad nella lotta sul terreno contro l'Isis in Siria e Iraq, con il supporto fondamentale dell'aeronautica russa. E come ci mostra la cartina a fondo pagina, i giacimenti petroliferi più ricchi del Paese con al confine con il nord dell'Iraq, l'area dove l'Isis ha le sue roccaforti e dove sfrutta il petrolio iracheno per i suoi traffici. E se Teheran sentisse troppo in pericolo il suo oro nero e decidesse di chiudere i conti in grande stile con l'Isis, magari portando a galla segreti inconfessabili riguardo il traffico di greggio rubato? Dalla sua avrebbe Russia e Cina, di fatto. L'Arabia Saudita accetterà la sfida che potrebbe portare a un "ponte sciita" tra Iran-Iraq-Siria-Libano che isoli la Turchia e tagli fuori Ryad? 

Guarda caso, venerdì sera la CNN turca, citando fonti dell'esercito, informava del fatto che 1200 militari turchi erano entrati in Iraq e si trovavano nella città di Bashiqa, vicino a Mosul: le solite combinazioni. Cosa farà, però, visto che la guerra "proxy" in Yemen costa 1,5 miliardi di dollari al mese e le condizioni economiche del Paese sono quelle di cui vi parlo da settimane? L'Arabia vuole forse la guerra totale per il predominio nell'area? È pronta a tutto? Le formazioni paiono scese in campo: da un lato Turchia, Usa più alleati europei e Arabia Saudita; dall'altro Iran, Siria, Russia e nell'ombra il gigante cinese. In mezzo, come una pallina da ping pong impazzita, l'Isis.