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Economia e Finanza

RIPRESA?/ Sapelli: le scelte del Governo portano l'Italia "fuori strada"

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Ma la vera crescita che interessa gli ultimi che così possono diventare i primi e gli economisti e i sociologi e gli antropologi, è tutta diversa dalla crescita endogena basata sulla dinamica del progresso tecnologico come via allo sviluppo della produzione all’interno di un Paese. È una teoria che è già in nuce sia in Malthus sia in Ricardo (un grande poco letto oggi, ma di grandissima attualità)Arrow e Sheshinski ci proposero, anni or sono, forse mal leggendo i due grandi prima citati, infatti, la chiave iniziale della crescita endogena: ossia fondata sul processo di learning by doing che genera avanzamenti tecnologici diffusi, attraverso un processo di spillover. Romer e R. Lucas diedero poi vita alla teoria della crescita endogena vera e propria, ampliando la classe dei beni capitali con l’introduzione del cosiddetto “capitale umano”; ossia di quelle che io ho chiamato (nei miei studi sulla crescita economica italiana del Secondo dopoguerra) le “capacità personali”, così da produrre rendimenti di scala crescenti anziché decrescenti.

Ciò che pare essenziale, quindi, diviene la creazione di beni tecnologici e idiosincratici che non possono che essere considerati che come beni pubblici. Essi rendono l’economia sempre in costante non equilibrio. Un non equilibrio che agisce come fattore di innovazione. Una vera e propria rivoluzione. Infatti, l’introduzione di una teoria del cambiamento tecnologico all’interno del modello di crescita neoclassico è complicata (è in verità impossibile), dall’impossibilità di mantenere l’assunzione standard di concorrenza perfetta. Il progresso tecnologico è connesso alla nascita di nuove idee, sempre con monopoli temporanei conoscitivi e non solo e che si connotano come parzialmente non rivali e quindi hanno caratteristiche di beni pubblici. Del resto, la produzione di beni frutto della ricerca scientifica e tecnologica non è mai ottimale (in senso paretiano), ma può essere incentivata da un’azione pubblica virtuosa (stato di diritto, infrastrutture, spese pubbliche per la ricerca, regolazione del commercio estero e della concorrenza mai perfetta e soprattutto dei mercati finanziari per non creare la prevalenza della rendita finanziaria a svantaggio del profitto capitalistico e della domanda interna). Tutto il contrario di quanto si stia facendo oggi in Europa e in Italia. 

Non per ultimo il progetto di distruzione dell’allocazione plurima dei diritti di proprietà. Allocazione plurima che è essenziale per la crescita endogena perché consente di allocare rendimenti crescenti stimolati da diverse forme di proprietà come le banche e le imprese cooperative che debbono convivere con le imprese capitalistiche per addivenire a una crescita che sfrutti tutte le capacità personali presenti negli stabili aggregati umani territoriali

Questi sono i parametri, dunque, della crescita che bisognerebbe incentivare e a cui guardare: occupazione; lavoro che genera profitto e non rendita, finanziaria o non finanziaria, ma pur sempre rendita improduttiva; pluralità delle forme proprietarie.

Si rifletta anche su questo, oggi che siamo dinanzi al simil “colpo di stato da rendita esogena” contro la proprietà e la governance cooperativa delle banche popolari. 

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