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Economia e Finanza

RIPRESA?/ Sapelli: le scelte del Governo portano l'Italia "fuori strada"

La guerra dei numeri è iniziata sul tema della crescita. I dati sono assai diversi, quasi divaricanti e rendono difficile capire se ci sarà ripresa o meno. Il punto di GIULIO SAPELLI

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La guerra dei numeri è iniziata sul tema della crescita. I dati sono assai diversi, quasi divaricanti e sconvolgono la gente semplice, gli ultimi che non saranno mai primi e lo sanno, e tutto ciò alimenta viepiù la sfiducia verso ciò che oggi si chiama “il palazzo”, ossia il potere in tutte le sue forme. Il mito illuminista che si possa dar conto di tutto sotto la luce al neon della dea ragione tremola e si spegne e questo aggrava l’angoscia. Ma se usciamo un attimo dalle polemiche vediamo che tutto si riduce a poche essenziali questioni. 

Ebbene, la prima è di natura gnoseologica. Ossia, non si può parlar di cifre se non si definisce dapprima che cosa sia un’economia buona - e dico buona e non giusta per non entrare nella selva oscura della discussione etica soprattutto dopo le confusioni della filosofia analitica degli ultimi trent’anni, da Rawls in avanti. Mi limito a parlare di economia buona come parlo di vita buona. Ebbene, per alcuni il trionfo sta in Spagna - che, mi si dice, cresce del 2-3%. Un trionfo fondato sull’abbattimento del debito pubblico in misura rilevante, sulla crescita della borsa, sull’aumento del Pil inteso come quantità di capitale fisso aumentato rispetto agli anni precedenti e usando sempre una media statistica. Ossia, se prima eravamo scesi di venti piani ora risaliamo di due o di tre ma siamo pur sempre a 17 o 18 piani sottoterra, ma questo non la statistica, ma l’interpretazione statistica lo dimentica - il tutto mentre la disoccupazione aumenta. E questa sarebbe un’economia buona… per carità, non spreco parole per dimostrare che non lo è. E aggiungo, senza farmi sentire dagli avversari dei giusnaturalisti (come io sono), che non si tratta nemmeno di un’economia giusta.

Ma passiamo alla seconda questione. La crescita. Guardate cosa capita oggi in Italia. Tutti coloro che fanno previsioni su una crescita futura - quale che siano i numerini che si producono sulla base di complessi di equazioni fondate su elaborazione algoritmiche tratte da serie storiche e quindi incapaci di predire alcunché, ma solo di organizzare i fondamenti della predizioni presupponendo la costanza dei fattori - lo fanno sulla base di fenomeni esogeni alla nazione o all’area degli insediamenti umani interessati. Può essere - come oggi - la caduta del prezzo del petrolio, il calo dell’euro rispetto al dollaro che rilancia il mito che è stato disastroso della svalutazione competitiva, oppure si favoleggia della positività del bazooka della Bce mentre si affrontano finalmente i crediti inesigibili dalle banche preconizzando, come il sottoscritto predica da anni, la creazione delle cosiddette bad banks in cui infilare i crediti inesigibili, gli assetes tossici per poi rivenderli agli amanti del rischio, in un processo lentissimo, come fu quello vittorioso della soluzione della crisi sistemica delle case di risparmio nordamericane della fine degli anni Ottanta del Novecento. 

Insomma, qui la crescita sarebbe tutta esogena e veramente ciò è una contraddizione di termini con tutta la storia di un settore assai potente ideologicamente, soprattutto sul piano del potere della cultura e della nomenclatura italica. Parlo del “de-ritismo”, ossia dei predicatori dei territori, a partite dai famosi rapporti Censis dei primi anni Settanta del Novecento.