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SPY FINANZA/ Usa, in "gran segreto" la Fed torna a comprare titoli

Pubblicazione:martedì 10 febbraio 2015

Janet Yellen (Infophoto) Janet Yellen (Infophoto)

La notizia è di quelle che meriterebbe la prima pagina dei giornali e un'edizione straordinaria dei tg, invece oggi penso che la leggerete solo su ilsussidiario.net. Nel silenzio più assoluto proprio dei grandi media, troppo occupati a bersi le bufale confezionate sui nuovi posti di lavoro creati negli Stati Uniti o sul Pil in accelerazione, durante i mesi di dicembre e gennaio sapete cosa ha fatto la Fed? Ha comprato ancora, visto che in quel lasso di tempo il suo stato patrimoniale è cresciuto di 186,7 miliardi di dollari, portando il totale a 4,02 triliardi, una netta inversione di tendenza rispetto al drenaggio di liquidità dal sistema occorso tra agosto e novembre dello scorso anno, quando furono ritirati 244,6 miliardi di dollari. In parole povere, la Federal Reserve è tornata - segretamente - a comprare assets: a vostro modo di vedere, questo significa che l'economia Usa va bene? Soprattutto perché il dibattito più in voga sui mercati è quando la Fed alzerà i tassi, giugno o settembre, mentre invece sta operando esattamente nella direzione opposta. 

E non pensiate che questo cambio di politica possa essere dovuto a un aggiustamento tecnico di fine anno, visto che il sistema bancario già nuota in un mare di 2,6 triliardi di riserve in eccesso, la ragione è una sola, anzi due: dollaro forte e mercato del lavoro che non è affatto stabilizzato come ci vogliono far credere. Certo, i progressi dell'America dal punto di vista del consolidamento fiscale dal 2009 a oggi sono stati enormi, visto che il deficit di budget governativo è stato tagliato per più della metà e ha raggiunto il 5,1% del Pil, mentre nell'anno in atto quel gap di pagamento dovrebbe andare in area 4% del Pil grazie all'aumento delle entrate. Al netto di questo, però, c'è qualcosa che non va, come ci ha confermato il balzo di 14 punti base del rendimento del Treasury a 10 anni registrato venerdì dopo la pubblicazione del dato sui nuovi posti di lavoro creati a gennaio. 

La Fed probabilmente ha preferito leggere quel dato come una reazione eccessiva del mercato, ma ricordiamoci sempre che il tasso di disoccupazione, tenendo conto dei lavoratori part-time e di chi è uscito dal computo della forza lavoro perché non trova un impiego, è già oggi il doppio del 5,7% ufficiale. Insomma, non ci sono stati progressi per quanto riguardo il numero di disoccupati di lungo termine, visto che a quota 2,8 milioni rappresentano ancora un terzo dei disoccupati totali. È questo che spaventa la Fed ma che non si può dire, le dinamiche occupazionali e salariali, e guardando agli ultimi dati del Pil statunitense non si può che essere d'accordo. 

Ad esempio, a fronte di credito a buon mercato e rinnovata volontà di prestito da parte di istituzioni bancarie e non, le spese private e gli investimenti residenziali nel 2014 hanno visto una crescita molto deludente rispetto a quella del 2013: basti pensare che il settore immobiliare lo scorso ha visto un aumento dell'1,7% contro il boom del 12% del 2013. E queste sono due componenti molto sensibili della domanda aggregata, visto che gli acquisti immobiliari muovono molta della spesa per consumi e i commerci relativi alle costruzioni a essa collegati. Insomma, se questo driver chiave della crescita Usa lo scorso anno ha stagnato, alla Fed devono aver pensato quanto segue: cosa succederebbe, in un contesto simile, se i tassi di interesse fossero portati al rialzo da ampi drenaggi della liquidità? 

C'è poi il dollaro forte, il quale riflette l'eccesso di domanda nel mercato monetario mondiale: negli ultimi dodici mesi, il tasso di cambio del biglietto verde è salito del 15% e vista la prospettiva del Qe in Europa in molti, come vi ho detto negli articoli di sabato e domenica, prevedono che il rally rialzista proseguirà. Il combinato fra crescita e dollaro forte ha però fatto aumentare il gap sul commercio di beni nei primi undici mesi dello scorso anno, arrivando al 3,4%: gli Usa hanno i deficit commerciali maggiori con Cina (314,3 miliardi), Germania (67,4 miliardi) e Giappone (61,3 miliardi) e questo rappresenta un problema perché i dati preliminari ci dicono come questo deficit tagli le prospettive di crescita del Pil di circa lo 0,2% l'anno, ma con il forte rischio che questo impatto sia maggiore una volta che saranno noti i dati ufficiali dei quattro trimestri scorsi. 


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