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SPY FINANZA/ Dal petrolio al Giappone, le "scosse" che fanno tremare i mercati

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Direte voi, epilogo improbabile. Lo penso anch'io, ma non impossibile, tanto che i primi a essere abbastanza preoccupati dell'ipotesi di un ritorno alla dracma sono proprio i greci, i quali nell'ultimo trimestre hanno cominciato a comprare oro fisico a ritmi sempre crescenti, come conferma Lisa Elward, capo delle vendite alla Royal Mint britannica: «C'è stato un notevole aumento delle richieste in questo periodo, ma è normale, visto che notiamo sempre un'extra-domanda durante periodi di incertezza politica o finanziaria». A livello interno, la domanda aurea greca sta viaggiando attualmente al doppio di quella del quarto trimestre del 2014: la Bank of Greece ha venduto 5849 monete d'oro nel mese di gennaio, contro le 7857 dell'intero ultimo trimestre del 2014. 

Matthew Turner, analista alla Macquarie Bank, spiega così il fenomeno: «L'unica cosa che tutti sanno sull'oro è che è una buona cosa da detenere se la tua moneta sta per svalutarsi, quindi è assolutamente comprensibile che i greci stiano comprandolo, per il semplice fatto che hanno paura di perdere i loro soldi. Durante i periodi di incertezza monetaria la gente pensa sempre che l'oro sia un'aggiunta utile ai loro portafogli». Inoltre, se Atene uscisse dall'eurozona, l'eventuale addio di altri Paesi dipenderebbe sostanzialmente da due sviluppi binari: i cittadini con depositi bancari penseranno che la loro nazione potrebbe lasciare l'euro? L'area euro garantisce l'integrità del sistema bancario? Per prevenire un contagio servirebbe una chiusura a doppia mandata, visto che un'assicurazione del fatto che i depositi bancari sono garantiti dalla Bce sarebbe completamente inutile se l'opinione pubblica si convincesse che la sua nazione sta per lasciare l'euro. In parole povere, per quanto la Bce possa rassicurare, nella mente dei cittadini sarebbe razionale ritirare i propri soldi il prima possibile, magari ricordando il precedente occorso con la rottura dell'unione monetaria tra Slovacchia e Repubblica Ceca nel 1993, quando le rassicurazioni dei due governi non ebbero alcun effetto e i correntisti corsero in banca a ritirare il denaro. Ed è un processo auto-alimentante che può portare, come extrema ratio, all'applicazione da parte dei vari governi nazionali di controlli sui capitali, di fatto la vera leva del panico. 

Insomma, il precedente del Grexit per le altre nazioni farebbe più danni dell'uscita stessa della Grecia, visto che il meccanismo di trasmissione non passa attraverso i bond sovrani, i titoli azionari o i mercati valutari, ma attraverso le banche: e se la Grecia uscirà dall'euro, la perdita del valore reale dei depositi bancari ellenici incoraggerà i cittadini-correntisti di altri Paesi a ritirare i loro soldi, prima che sia tardi. E non si tratta di problemi di solvibilità della banche, ma di timore per uno sviluppo incerto, esattamente come accaduto con le bank-run occorse in Scozia prima del referendum del 2014. 

Ma una cosa mi spaventa davvero, nonostante non abbia sentito nessuno prenderla in considerazione: se davvero l'euro/dollaro si schianterà a 0,90 come conseguenza dell'uscita della Grecia dall'eurozona, avete idea del grado di implosione che subiranno i circa 26 triliardi di dollari di contratti derivati esistenti e direttamente legati al valore della moneta unica europea? Sono il solito catastrofista? Forse, ma ricordatevi che la grande stampa che oggi vi rassicura, vendendovi la balla dell'America in ripresa turbo, è la stessa che si è accorta della crisi soltanto quando ormai Lehman Brothers era a zampe all'aria. 

E attenzione, perché il segnale estremo che qualcosa potrebbe andare davvero storto sui mercati, la mitologica bandiera rossa, ci è fornito dalla comparsa di speculatori al ribasso sull'indice azionario giapponese, come vi dicevo la scorsa settimana e come mostra questo grafico, per la prima volta da due anni. Un azzardo, quello compiuto dagli hedge funds più aggressivi, visto che la Bank of Japan e il Fondo pensioni nipponico di fatto forniscono un floor ai prezzi dei titoli, essendo pronti a intervenire e comprare sui minimi in caso il Nikkei dovesse entrare davvero in corso ribassista. Una strategia pericolosa che però, paradossalmente, a differenza della politica di Shinzo Abe e soci, si basa sui fondamentali, visto che dopo mesi di diluvio di liquidità le aspettative inflazionistiche giapponesi tendono verso breakevens al ribasso e i dati macro dell'economia non conoscono affatto miglioramenti, a partire dalle dinamiche salariali. 

 


COMMENTI
12/02/2015 - Ma un sussulto di autostima linguistica. no ? (Tiziano Villa)

Caro Bottarelli, leggo spesso le sue interessanti analisi economiche. Un'annotazione linguistica: oggi mi sono fermato alla frase " ... invece, ci mostra come il sentiment di chi opera sui mercati sia drammaticamente cambiato ..." Ora va bene che in molti contesti si scrive ormai in anglo-italiano (in quello dell'analisi economica in particolare), ma quel "sentiment" non va giu', dice di un clima (pardon, lei qui direbbe sentiment) di colonietta culturale. Ma un sussulto di autostima linguistica. no ? Non me ne voglia. Con stima.

 
12/02/2015 - certo...prima o poi avrà ragione (marco pezzi)

che dire...prima o poi avrà ragione anche Lei. Si ricordi (e dopo un migliaio di chiamate a vuoto sull'imminente crollo della finanza mondiale negli ultimi due anni dovrebbe averlo capito) che i mercati crolleranno un giorno, ma sicuramente quando nemmeno Lei lo aspetterà. Buona giornata.