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Economia e Finanza

RIPRESA?/ Renzi lascia l'Italia "in panne" tra banche e cespugli

I dati sul Pil mostrano l'errore commesso nell'invertire le priorità del Paese, privilegiando il gioco politico alla ripresa economica. L'analisi di STEFANO CINGOLANI

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La cifra non è certo incoraggiante: crescita zero; nel quarto trimestre dello scorso anno il Prodotto interno lordo non si è mosso. Ma il grafico fornito dall'Istat (che potete vedere a fondo pagina) fa venire i brividi. A partire dal quarto trimestre del 2011, dunque per tre anni interi, il Pil è rimasto in territorio negativo. C'era stato un crollo ben peggiore nell'autunno 2008, ma l'Italia si trovava in compagnia di tutti i paesi industrializzati; poi s'è vista una certa ripresa, seguendo il ciclo internazionale, ma si è interrotta tra ottobre e novembre 2010. Da allora è cominciata la caduta e l'Italia è andata fuori sincrono rispetto agli Stati Uniti, alla Germania e a buona parte delle economie europee.

L'Istat sottolinea che la variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in agricoltura e nell'industria e di un aumento nei sevizi. Non è un buon segnale, perché in ogni caso i servizi sono più "resistenti" alla recessione, mentre l'industria è senza dubbio la più sensibile. È vero, ci sono lampi di luce, ma il 2014 si era aperto con crescita zero, poi -0,2% e -0,1%, per tornare a zero: è come se la congiuntura si stesse avvitando attorno alla stagnazione. Per il 2015 la Banca d'Italia e la Confindustria si sono lanciate in previsioni ottimistiche (addirittura rosee quelle confindustriali). Molto più cauta la Commissione europea che prevede un modesto 0,6%. 

Buttarsi nella danza delle statistiche è del tutto inutile. L'unica cosa certa, mettendo insieme le analisi di tutti gli esperti, è che la crescita resta modestissima, ed è trascinata soltanto dalle esportazioni. In Italia manca la domanda interna, quella per consumi e quella per investimenti. È questo il problema che Renzi e Padoan hanno davanti e non sanno come risolvere.

Il governo ha cominciato l'anno con uno scossone al mondo bancario: le popolari trasformate in spa, la bad bank "di sistema" nella quale scaricare i prestiti a rischio o inesigibili, il salvataggio pubblico di Mps, l'emersione delle perdite. Rimettere in sesto le banche è una necessità, al di là di possibili letture dietrologie o politiche. Gli stress test hanno usato criteri penalizzanti, è vero, ma in ogni caso hanno mostrato che il sistema bancario italiano non è solido come i banchieri hanno a lungo proclamato per auto-assolversi. È diventato, dunque, inevitabile agire per rafforzare le aziende di credito, ma non è affatto detto che ciò metta fine alla stretta creditizia.

Lo stesso vale per gli 80 euro o le misure rapsodiche di sostegno ai redditi. Nel caso delle banche le risorse che servono per rafforzare il capitale vanno a scapito dei prestiti. Per le famiglie il reddito in più è una scorta per pagare imposte e gabelle locali o un parafulmine in vista di una nuova tempesta. Non si vede, invece, all'orizzonte quel vero cambiamento di stato d'animo, di aspettative, che potrebbe rimettere in moto la domanda, avviare gli investimenti privati (per quelli pubblici ci vuole tempo e molti denari), riaccendere la macchina produttiva. E in questo, una volta tanto, il cerbero tedesco non c'entra nulla.