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BANCHE & POLITICA/ Azzi: "Bcc autonome con un'autoriforma in 7 punti"

Il leader del Credito cooperativo difende alla Camera il ruolo delle Bcc nel finanziare le imprese e critica gli orientamenti della Vigilanza sulla cooperazione bancaria. ANTONIO QUAGLIO

Alessandro Azzi (Infophoto) Alessandro Azzi (Infophoto)

Le spinte giunte negli ultimi giorni dalle autorità monetarie nazionali sui diversi segmenti del credito cooperativo contengono più di un'incognita, se non addirittura dei rischi: per il finanziamento dell'economia produttiva ma anche per la più ampia "costituzione materiale" dell'Azienda-Paese in termini di libertà e democrazia economica. È stata un'analisi sobria nei toni ma ferma e preoccupata nei contenuti quella proposta ieri alla Camera da Alessandro Azzi, presidente della Federcasse. Azzi - leader di oltre 400 Bcc italiane e presidente del comitato piccole banche dell'Abi - è stato ascoltato dalle Commissioni Finanze e Attività produttive sulla riforma delle grandi Popolari varata per decreto dal governo lo scorso 20 gennaio. E mentre ha colto l'occasione per delineare un'autoriforma in 7 punti delle "piccole" cooperative creditizie (di fatto un "no" all'ipotesi Bankitalia di trasformare il Credito cooperativo in un super-gruppo da quotare in Borsa) non si è sottratto a una valutazione del blitz che potrebbe obbligare 10 "sorelle maggiori" delle Bcc a trasformarsi in Spa.

Sul piano più ampio e critico, quello dell'evoluzione della nuova vigilanza europea, Azzi ha sottolineato che la norma in discussione in Italia pone particolare attenzione al profilo dell’adeguatezza patrimoniale, mentre il legislatore comunitario ha scelto di rinviare l’assunzione di decisioni riguardo ad altri aspetti rilevanti per la stabilità (il fatto che solo nel 2018 entrerà in vigore la disciplina relativa al quoziente di leva finanziaria avvantaggia gli intermediari più esposti dato che la leva per le banche italiane è pari a 14, quella per le banche europee è in media pari a 22, con punte di 38 in Olanda, 32 in Belgio, 26 in Francia e 25 in Germania). Per le Bcc, ha ricordato Azzi, il dato è pari a 11. Ma il decreto Popolari - ha denunciato Azzi - è giunto poco dopo uno stress test della Bce sulle 130 banche europee di rilevanza sistemica, ha posto una "particolarissima attenzione" sui rischi di credito.

Ciò "ha penalizzato un modello di intermediazione - tipico delle banche italiane e in particolare delle banche di territorio - focalizzato sul finanziamento dell’economia reale, più che sull’intermediazione finanziaria. Da quelle valutazioni derivano obblighi stringenti di patrimonializzazione e conseguenti necessità di reperire in fretta capitali sul mercato. Ma ne discendono anche diverse possibilità di finanziare l’economia reale, le imprese, le famiglie: negli ultimi tre anni, infatti, si è verificata una riduzione degli attivi totali delle banche europee dovuta in parte alla riduzione del valore dei derivati e in parte alla riduzione degli impieghi al settore privato non finanziario. È inevitabile che i dubbi sulle premesse siano sfociati - nella visione Federcasse - in dubbi di valutazione finale "sulla scelta prospettata dal legislatore di individuare un parametro esclusivamente quantitativo per il mantenimento della forma di Banca Popolare". "Ciò rischia di imporre un limite allo sviluppo della forma cooperativa nel settore bancario, limitazione che, se non ancorata anche ad elementi di natura qualitativa, sembra in contrasto con lo stesso articolo 41 della Carta Costituzionale che garantisce come l'iniziativa economica privata sia libera e non ne condiziona la scelta della forma giuridica a dimensioni o altri criteri".


COMMENTI
17/02/2015 - commento (francesco taddei)

bisogna smettere di finanziare la ricapitalizzazione con i soldi dei cittadini. (vedi mps-imu) le banche una volta messe in vendita troveranno nuovi capitali per finanziarsi e avranno tutto l'interesse a finanziare aziende sane. e quelle in difficoltà si fonderanno per aiutarsi.