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SPY FINANZA/ Dagli Usa al Giappone, i numeri che "contraddicono" la ripresa

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E, come vi anticipavo, gli analisti hanno poche speranze per una fine a breve dell'era dei tassi ultra-bassi a livello continentale in Europa: venerdì scorso il Bund decennale tedesco prezzava uno yield dello 0,34% contro lo 0,54% solo di inizio anno e, stando a proiezioni di Pascal Duval, capo della divisione europea di Russell Investment, «non è affatto improbabile che vedremo uno yield vicino allo zero per il decennale tedesco». Cosa potrebbe accadere per invertire la tendenza? Di fatto, solo una cosa: Bank of England e Fed che decidono di alzare i tassi, tanto che l'inflazione salariale di quei paesi potrebbe portare al rialzo i rendimenti obbligazionari a livello globale e molto più velocemente di quanto ci si possa aspettare, visto l'atteggiamento ribassista generale dei mercati. 

Succederà? Vediamo un po'. Dall'Inghilterra è arrivato un chiaro segnale di "no" soltanto giovedì scorso, quando la Banca centrale ha reso noto il proprio "Inflation report", dal quale si desume che il tasso di inflazione scenderà sotto zero nei prossimi mesi e quindi non ci si deve aspettare aumenti dei tassi prima del 2016. Citando il report: «I tassi di interesse del mercato implicano che il tasso di riferimento della Bank of England è atteso in crescita da metà del 2016 poco sopra l'1% nell'arco di tre anni, molto più basso di quanto era implicito solo tre mesi fa». Di più, in una lettera aperta al ministro delle Finanze, il governatore della BoE, Mark Carney, ha definito l'attuale periodo di prezzi in calo come «temporaneo» e «un fenomeno fondamentalmente distinto dalla deflazione». I dati pubblicati lo scorso mese hanno rivelato che il tasso di inflazione nel Regno Unito è sceso allo 0,5% annualizzato a dicembre, il livello più basso da 14 anni a questa parte. 

E negli Usa? La scorsa settimana due membri con diritto di voto della Fed, il capo della Fed di Richmond, Jeffrey Lacker, e quello della Fed di San Francisco, Joh Williams, parlando con il Financial Times avevano chiaramente fatto capire che «a questo punto, giugno appare un'opzione attraente per l'aumento dei tassi. Certo, i dati possono cambiare questa impostazione, ma dovranno essere cambiamenti davvero sorprendenti, per quanto ci riguarda». Ci credete? Io no e per un semplice fatto: l'America, come vi ho dimostrato nelle scorse settimane con diversi articoli e moltissimi dati, non solo non sta vivendo la ripresa turbo che ci spacciano i grandi media, ma, anzi, è alle soglie di una nuova recessione. I due grafici a fondo pagina ci dimostrano più di mille parole come, da un lato, il mercato azionario resti in rally solo per l'implicita garanzia della Fed di non alzare i tassi e per l'intervento della Bce con il suo Qe e, dall'altro, che a fronte proprio di quel rally, i dato macro Usa e le attese sugli utili non solo siano divergenti ma stanno schiantandosi al suolo. Quindi, la possibilità più probabile è quella di un nuovo ciclo di Qe, reso necessario da quei «cambiamenti sorprendenti» evocati da Lacker e che a Wahington sanno creare ad arte come nessun altro al mondo e non quella di un rialzo a breve dei tassi. 

C'è però un quarto incomodo che potrebbe far saltare i piani di tutti: se infatti l'Europa ancora non ha dato vita al suo Qe (e Mario Draghi sembra sparito nell'oblio da almeno due settimane) e Usa e Uk non sembrano destinati a scompaginare l'esistente, il Giappone dell'Abenomics è in fibrillazione in queste ore. Ieri e oggi si tiene il Consiglio direttivo della Bank of Japan, la quale domani renderà note le sue decisioni riguardo la politica di stimolo per il futuro, ma da più parti comincia a serpeggiare il timore per due realtà: la prima, l'Abenomics non sta funzionando e, la seconda, se la BoJ decide di cambiare rotta, rischia di schiantare i mercati a livello globale.