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CRISI GRECIA/ Sapelli: così la Germania porta l'Europa al fallimento

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

Ondata, tuttavia, che non influì sulla configurazione istituzionale della Banca centrale europea strutturalmente votata alla deflazione, come in effetti vediamo oggi davanti a noi con lampante chiarezza. La moneta unica distrugge il sistema dei cambi continentali e nel contempo crea tutta una serie di micro e macro flessibilità nazionali che sono la risposta competitiva all'assenza della vecchia svalutazione monetaria che aiutava le esportazioni: ora si compete con l'aumento della produttività del lavoro, l'abbassamento dei livelli salariali, la lenta e inesorabile distruzione dei sistemi di welfare. 

Naturalmente tutto ciò è esacerbato dalla divisione tra paesi debitori e paesi creditori nell'area euro, che altro non è che la differenza tra paesi con surplus commerciali e paesi senza surplus commerciali. I tentativi di ostacolare queste divisioni e temperare lo strapotere teutonico e nordico sui paesi dell'Europa del Sud e contro la Francia non è servito a nulla, con buona pace di Draghi e del suo mandato nordamericano, come dimostra il crollo economico in corso e l'amento dei debiti pubblici in tutti i paesi dell'euro, Germania compresa. 

La vittoria di Syriza in Grecia non ha fatto altro che accendere i fari su questa situazione, perché da tempo i greci, al di là delle loro divisioni politiche, dimostrano di essere un popolo con una schiena dritta e non si rassegna a essere dominato dalla tecnocrazia senza competenze di Eurolandia. Aveva cominciato George Papandreou, capo del Pasok, tre anni fa quando tornò da Bruxelles e disse che voleva sottoporre le misure della Troika a referendum. Com'è noto, nel corso della notte si persero le sue tracce e si cambiò, tramite il voto, maggioranza di governo. I macellai sociali della Troika arrivarono e la conseguenza fu la trasformazione della Grecia in una baraccopoli. Ma anche lo stesso Samaras, che pur credeva nelle assurde teorie dell'austerità, si sottopose al voto. Prima a quello parlamentare per il Presidente della Repubblica, poi, sconfitto, a quello popolare che ha segnato la vittoria di Tsipras col suo bravo ministro Varoufakis che, non a caso, è uno dei massimi esperti mondiali di teoria dei giochi, oltre ad avere le idee molto chiare sulla follia della politica economica dell'austerità, come si può ben vedere documentato nel suo bellissimo libro, The Global Minotauro, del 2011 e in Modern Political Economy dello stesso anno. 

Oggi nelle istituzioni europee è in corso un bargaining, una contrattazione che vede schierati su fronti opposti i greci e i tedeschi con i loro seguaci degli stati ex sovietici e nordici. Poi ci sono gli stati che stanno a guardare come va a finire, come la Spagna e il Portogallo. Poi c'è l'Italia che proclama a gran voce che vuole la crescita e non l'austerità, ma che di fatto non riesce a indicare una strategia economica europea e non solo italiana fondata sull'aumento della domanda interna e quindi dei salari e quindi della produttività del lavoro e quindi della spesa pubblica e quindi dello sberleffo ragionato e calcolato all'incubo del debito pubblico che, come dimostrano le vicende di questi ultimi anni, non è affatto il fattore scatenante dei cosiddetti spread, né dell'abbassamento del tasso di crescita. Semmai è vero il contrario.