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CRISI GRECIA/ Sapelli: così la Germania porta l'Europa al fallimento

Pubblicazione:mercoledì 18 febbraio 2015

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

L'Eurogruppo ha risposto picche alle richieste del governo greco e i rappresentanti di quest'ultimo hanno abbandonato i lavori con una sorta di dignitosa riaffermazione del mandato elettorale da essi ricevuto dal popolo greco. Tutto è perduto? Forse no. Penso alle dichiarazioni del governo italiano sulla crisi libica. Si va dalla richiesta dell'intervento armato immediato e subito formulato da frettolosi ministri senza aver prima consultato i colleghi di governo e in primo luogo Matteo Renzi, sino alle dichiarazioni di quest'ultimo che lasciano presagire un intervento più ampio e consapevole. È vero che il richiamo all'Onu è senza senso, come in pochi già abbiamo sottolineato, ma ciò che conta è il fatto che se Renzi parla, ebbene su questi e non solo su questi temi, parla l'amministrazione nordamericana con il suo ventriloquo del Regno Unito per una volta tanto non distonico. E il richiamo alla necessità di un accordo generale sulla questione libica che veda protagonisti anche gli Usa e la Russia non può essere disgiunto - quale che sia il giudizio che formuliamo - dallo svolgersi futuro della crisi greca. 

La Germania, infatti, se non smorza i suoi toni rischia un pericoloso isolamento proprio ora che dinanzi alla crisi ucraina ha invece bisogno della massima concordia possibile da parte dei governi europei e soprattutto degli Usa. A mio parere tutto ciò consente di proiettare una nuova luce sulle vicende greche. Esse sono in bilico tra la soluzione lenta e difficile - ma pur sempre una soluzione - e un disastro di grandissime proporzioni. Cerco di svolgere il mio ragionamento. 

Si è aperta senza dubbio una fase nuova nella storia delle istituzioni europee. La vicenda greca la illustra in modo esemplare. Un tempo il "no" tedesco era il punto di riferimento per tutti gli altri interlocutori. Ora non è più così, nonostante le apparenze. I motivi sono molteplici e il primo in ordine di visibilità, non d'importanza, è senza dubbio quello dell'arrivo su scala mondiale - salvo che per gli Usa - di una stagnazione da deflazione che può anche essere secolare. Si rovescia il paradigma degli anni Settanta dove, dopo la fine del sistema dei cambi fissi dominati dal dollaro, si sviluppò la stagflazione, ossia una stagnazione ventennale abbinata a un'inflazione galoppante. Un fenomeno che non si era mai visto prima e che era provocato dalle politiche inflazionistiche scaturite dalla risposta nordamericana sia all'aumento del prezzo del petrolio provocato dall'Opec, sia dalla stagnazione giapponese prodotta dagli accordi del Plaza del 1985 che segnarono il definitivo passaggio degli Stati Uniti da Paese creditore in ultima istanza a Paese debitore e attrattore - tramite la spesa a debito delle famiglie americane - dei capitali di tutto i mondo. 

La conseguenza di quell'enorme bolla di liquidità pose le basi negli anni Novanta dell'irrazionale esuberanza borsistica e dell'aumento del capitalismo stock-optionista governato dal rischio illimitato. L'Europa, in quegli anni Novanta, com'è noto, si blindò tramite la moneta unica e l'egemonia tedesca dal resto del mondo, generando l'inaudito esperimento della prima moneta senza Stato mai apparsa sulla terra. Quello che non si riuscì a blindare fu l'ondata di liquidità che invase il mercato europeo dei capitali. 


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