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SPY FINANZA/ Le manovre delle Banche centrali che "falsano" i mercati

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Ma veniamo al fronte europeo. In attesa che oggi il governo greco presenti ufficialmente all’Ue la richiesta di estensione del prestito per altri 4-6 mesi (giusto il tempo di onorare le scadenze con la Bce e il Fmi in estate), ieri il Consiglio direttivo della Bce era chiamato a una decisione sul rinnovo della concessione di aiuti alle banche elleniche attraverso il fondo di emergenza Ela, la cui ultima tranche da 5 miliardi di euro - che ha portato la quota verso Atene a 65 miliardi di euro nella finestra di emergenza dell’Eurotower - era stata concessa proprio fino alla mezzanotte di ieri. Una questione non di poco conto, visto che come confermano i dati pubblicati martedì dalla Bce stessa, la scorsa settimana le banche greche hanno aumentato infatti di 51,7 miliardi l’uso dei fondi d’emergenza messi a disposizione dall’Eurotower, mentre nelle due settimane precedenti hanno usufruito di 5,85 miliardi di euro: un totale di 57,5 miliardi di euro già richiesti sui 65 a disposizione. E cos’ha deciso la Bce? Ci sono volute oltre dieci ore dall'inizio del consiglio, alle 20 in perfetta contemporanea con la pubblicazione delle minute della Federal Reserve, per scoprire - attraverso non un comunicato ufficiale ma un lancio dell'agenzia Dow Jones - che l'Eurotower aveva aumentato di altri 3,3 miliardi di euro gli stanziamenti per le banche greche, portando il totale a 68,3 miliardi di euro, contingentando il piano di utilizzo delle risorse Ela alle prossime due settimane (giusto per arrivare alla fine del mese, quando scadrà ufficialmente il piano di salvataggio del Paese). Mossa scontata, viste le bank-run che stanno subendo in questi gjorni gli istituti ellenici ma, nonostante la mossa di Draghi, ieri i timori legati ad Atene sono saliti e parecchio, sia in Grecia che nel resto dell'Europa.

E la cosa non deve stupire, perché al netto dello stato di salute del sistema bancario e della sua dipendenza dai fondi comunitari per non fare default in mezza mattinata, sono ben altre le preoccupazioni riguardo Atene e la sua tenuta, visto che proprio ieri funzionari del ministero delle Finanze hanno detto che «il 24 febbraio è atteso essere il primo giorno cruciale per le finanze statali, visto che in base alle proiezioni sui cash flows le casse dello Stato cominceranno a essere a secco quel giorno». Capito? Per stessa ammissione di funzionari pubblici, le cui dichiarazioni sono state riportate dal quotidiano Kathimerini, tra cinque giorni la Grecia sarà in bolletta sparata e questo per una motivo soltanto: gli stessi greci che strepitano perché vogliono ripagare secondo le loro modalità i debiti che hanno contratto con l’Europa, hanno cominciato da qualche mese a imitare i loro governanti non pagando o posticipando il pagamento delle tasse in vista del voto politico e quindi schiantando gli introiti fiscali dello Stato.

Sempre stando ai funzionari, «lo stato delle riserve valutarie contanti - già non robusto - è deteriorato ulteriormente negli ultimi giorni a causa di mancati introiti, visto che il buco da 1 miliardi di euro in mancate entrate solo in gennaio ha messo a rischio il budget statale e sta minacciando la gestione delle riserve». Stando a dati della Bank of Greece, in gennaio il risultato valutario netto dell’amministrazione statale ha postato un deficit di 217 milioni di euro, contro un surplus di 603 milioni di euro nel gennaio del 2014. Le entrate di budget hanno raggiunto i 3,1 miliardi di euro, contro i 4,4 miliardi di un anno fa, mentre le spese sono scese a 3,2 miliardi dai 3,6 miliardi del 2014. Al netto di queste cifre, quindi, il ministero delle Finanze stima che le riserve valutarie finiranno il prossimo martedì: certo, si possono usare le riserve di entità del governo detenute in banche commerciali per coprire le necessità di breve termine, ma significa guadagnare una settimana, massimo dieci giorni ma non si arriva a marzo, mese nel quale Atene potrebbe non onorare le sue scadenze e i suoi obblighi. Insomma, il surplus di budget primario tanto sbandierato dal governo Samaras come emblema del “Grecovery”, la ripresa dell’economia, era sostanzialmente un assunto che si basava unicamente sul fatto che i greci avessero continuato a pagare le tasse: cosa che oggi, anzi da qualche mese, non accade più.

E la Fed, invece, cosa aveva da dirci? Quello che vi dico da settimane, ovvero che i tassi non si possono alzare perché le distorsioni sui mercati e i dati macro non lo permettono, nemmeno per uno 0,25%. Dalle minute, infatti, è emerso che «molti funzionari della Fed sono inclini a restare più a lungo con tassi a zero; i funzionari sono d'accordo sul fatto che la politica monetaria deve essere dipendente dai dati economici; per la Fed la crescita continuamente tiepida dei salari può limitare le spese; la Fed si attende che il dollaro forte sia un persistente freno all'export e alcuni funzionari hanno notato che il dollaro potrebbe rafforzarsi ulteriormente; la Fed nota che ci sono rischi che provengono da Cina, Medio Oriente, Ucraina e Grecia e alcuni funzionari vedono rischi ulteriori se la debolezza dall'estero dovesse peggiorare».

E, infine, tanto per darmi ragione in pieno, ecco che la Fed è stata costretta ad ammettere (oppure è stata felice di farlo, visto che le serve una scusa per non alzare i tassi e magari per stampare ancora un po') che «parecchi partecipanti hanno notato che ci sono segnali di pressione nelle industrie di petrolio e gas e il persistere di prezzi bassi potrebbe dar vita a un ritracciamento maggiore nell'occupazione in quelle industrie. Inoltre, è stato osservato che se gli investimenti nella aziende produttrici di energia rallentassero significativamente, questo potrebbe danneggiare l'espansione ad ampio spettro dell'attività economica in questo periodo, specialmente se il rallentamento prendesse piede dopo che saranno già avvenuti e quindi saranno già stati assorbiti gli effetti positivi dei bassi prezzi energetici per la crescita e la spesa dei cittadini». Et voilà, il rialzo dei tassi a giugno è pratica già archiviato, ora si comincerà con le minacce per settembre tanto per tastare la reazione dei mercati, sperando che il mago della stamperia, nel frattempo, faccia il miracolo di rimettere a posto l'economia a livello mondiale.