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SPY FINANZA/ Le manovre delle Banche centrali che "falsano" i mercati

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Insomma, un bel guaio globale eppure i mercati sembrano ignorare tutto questo. Perché? Ve lo spiego io. Benvenuti nel magico mondo delle Banche centrali e del capitalismo pianificato, dove già oggi oltre 2 triliardi di bond dell’eurozona con durata fino a 5 anni tradano a rendimenti negativi e dove a livello globale, il 16% di tutto il debito governativo prezza yields sotto zero! Un mondo meraviglioso, dove nonostante il caso greco sia ancora formalmente aperto, mamma Bce permette ai rendimenti italiani e spagnoli di muoversi sui minimi storici e i rendimenti degli strumenti investment grade dell’area euro sono in area di restringimenti record: questo nonostante a Madrid si dia ormai per scontata la vittoria di Podemos e a Roma il decisionismo di Matteo Renzi ha finora portato come risultato soltanto la rivolta della sua minoranza e l’addio di Forza Italia al patto per le riforme. Tutte cose di cui l’economia si nutre, infatti la nostra ripresa viaggia come un Tgv.

Guardate il primo grafico e capirete meglio in quale follia distorsiva stiamo: da quando Mario Draghi ha annunciato il Qe, andamenti azionari e stime sugli utili delle aziende si sono letteralmente detti addio come due coniugi dopo un divorzio burrascoso, un qualcosa di economicamente folle, un ossimoro di fatto. Solo un miracolo, ammesso che ci crediate, può sostenere quel rally oppure l’utilizzo dei multipli da manicomio criminale. Ma l’opzione put delle Banche centrali può questo e altro, come ci dimostra il secondo grafico, contenuto nell’ultimo sondaggio sul credito globale condotto da Citi, dal quale si evince che il «oltre il 65% degli interpellati ha detto di credere che le azioni della Banche centrali in Europa e Usa sono le principali forze motrici degli spread nell’indice del credito. In un anno di grandi eventi politici catalizzanti in Europa e con tensioni in atto sia in Medio Oriente e Russia, solo il 4% degli interpellati ha detto che gli eventi geopolitici rappresentano un driver per gli spread».

Anche la scorsa settimana, quando le tensioni politiche nella periferia dell’eurozona e in Ucraina hanno toccato il culmine, il placebo del Qe ha fatto in modo che il denaro nell’investment grade divergesse e di molto dai credit default swaps, tanto che Citi si chiedeva retoricamente se «il Qe della Bce sta già comprimendo il mercato obbligazionario investment grade (IG)? Sembra che gli investitori cash non stiano più aspettando prima di salire a bordo della nave». E il terzo grafico ce lo certifica, mentre il quarto ci dimostra che dopo aver compresso gli spread IG, gli investitori siano spinti verso l’alto rendimento. Insomma, mamma Bce ci vuole bene e pensa a noi, ci vuole ottimisti e onnivori di securities, come la Fed d’altronde.

E tanto per farvi capire che, messaggi più o meno pilotati a parte, non solo i tassi Usa non saliranno, ma qualcosa da qui all’estate andrà storto nell’economia a stelle e strisce (bravi come sono a manipolare i dati, non faranno fatica a trovare una magagna, tanto più che esistono davvero e dispetto della bufala della ripresa) e mamma Federal Reserve dovrà tornare in azione - sottotraccia come ha già fatto a dicembre e gennaio oppure ufficialmente, in caso serva stampare un po’ di più - ecco la perla. Perché ne sono così convinto? Guardate il quinto grafico: il numero di pessimisti riguardo le prospettive di mercato è letteralmente crollato al 16,5% del totale del sondaggio condotta da Investors Intelligence di Jim Cramer.

D’altronde, questo spiega l’ennesimo record storico infranto dallo Standard&Poor’s 5000 martedì, con Dow Jones oltre quota 18mila punti. Eppure sempre martedì, quando a Wall Street non erano ancora aperte le contrattazioni, un dato macro gelava gli ardori di molti: l’indice Empire Fed sulle condizioni generali dell’attività manifatturiera, infatti, segnava un andamento stagnante per febbraio, in calo a quota 7,78 rispetto alle attese di 8. Ma guardando bene all’interno dell’indice, si scopriva non solo che i nuovi ordini erano crollati da 6.09 a 1.22 e il numero di addetti era sceso da 13.68 a 10.11 ma soprattutto che le aspettative future delle aziende legate alla loro attività si erano letteralmente schiantate al suolo, passando da 48.35 a 25.58, il peggior calo dal gennaio del 2009, come ci dimostra il sesto grafico.

Detto fatto, i futures sull’indice Empire Fed sono calati di 10 punti a quota 5.6, il livello più basso da cinque anni a questa parte, ma una volta aperta Wall Street, le danze sono cominciate, con l’orchestra spettacolo della Fed a cadenzare il ritmo. E ieri altri dati parlavano di una narrativa un pochino diversa da quella su cui si basano le performance dei mercati, visto che la produzione industriale negli Usa ha mancato le aspettative per il secondo mese di fila: produzione di veicoli a motore giù dello 0,6% a gennaio, le forniture per costruzioni giù dello 0,3%, peggior dato da dieci mesi, produzione manifatturiera +0,2% contro le attese di +0,4% e il tasso di utilizzazione della capacità al 79,4% contro un’attesa del 79,9%.

 

 

 

 

 



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