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SPY FINANZA/ Così gli Usa scendono "in guerra" per il dollaro

Pubblicazione:sabato 21 febbraio 2015

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L'amministratore delegato di Eog, Bill Thomas, ha così argomentato la scelta: «Non pensiamo che sia né saggio, né prudente accelerare la produzione quando i prezzi sono bassi, specialmente se come sembra un rimbalzo sarà atteso non prima della fine dell'anno o l'inizio del prossimo». Ma la crisi dell'America corporate va oltre il settore energetico e intacca veri e propri giganti come WalMart, numero uno della grande distribuzione, la quale in una nota ha detto chiaro e tondo che «come molte altre aziende con dimensione globale, stiamo patendo significativi effetti contrari dalla fluttuazione del tasso di cambio», ovvero il dollaro forte comincia a farci male. Di più, proprio a causa dell'apprezzamento del biglietto verde, WalMart ha rivisto le sue previsioni di utile per azione a per l'anno fiscale 2016 nel range tra i 4,70 e i 5,05 dollari per azione, mentre per il primo trimestre l'attesa è tra 0,95 e 1,10 dollari: peccato che questa nuova guidance vada a scontrarsi con quella dell'anno in corso, visto che per i primi tre mesi del 2015 WalMart si attende utili per azioni a 1,10 dollari e per il resto dell'anno di 4,99 dollari. 

Inoltre, stando alla nota, «se il tasso di cambio resterà al livello attuale, questo potrebbe impattare negativamente sulle vendite nette dell'anno fiscale 2016 per approssimativamente 10 miliardi di dollari». E ancora, «visto il potenziale impatto dei venti contrari che questo tasso di cambio impone sul business, ci aspettiamo che la crescita delle vendite per l'anno fiscale 2016 sia tra l'1 e il 2%, contro il 2-4% che avevamo previsto nel nostro meeting con gli investitori di ottobre». Insomma, l'utile per azione del primo trimestre è atteso tra 0,95-1,10 dollari, mentre Wall Street stimava 1,14 dollari, quello per l'intero anno viaggia tra 4,70-5,05 dollari contro le attese di Wall Street a 5,19 dollari e le vendite cresceranno del 1-2% invece che del 2-4%: reazione del mercato giovedì? Eccola, ve la spiega senza bisogno di parole il grafico a fondo pagina. 

Insomma, cosa voglio dirvi con questo elenco di dati negativi per l'economia Usa? Non certo che la ripresa non c'è e che anzi i trend sono quelli pre-recessivi, visto che ve lo sto dicendo da settimane, bensì che di questa situazione si è resa conto anche la Fed, la quale mercoledì rendendo note le minute del suo ultimo meeting ha certificato una cosa: la sua entrata ufficiale nella guerra valutaria in corso per fermare l'apprezzamento del dollaro, a fronte di Bank of Japan e Bce che con le loro manovre di stimolo stanno offrendo benzina al motore già su di giri del biglietto verde. I funzionari della Banca centrale, infatti, hanno sottolineato con forza che il valore crescente del dollaro rappresenta «una persistenza fonte di contrazione dell'export», un messaggio talmente chiaro che appena battuto dalle agenzie ha portato a un netto calo della divisa Usa contro quasi tutte le altre monete. 

D'altronde, la realtà dei fatti è nota: dall'Europa all'Australia, dalla Cina al Giappone, tutti stanno svalutando, mentre solo Usa e Gran Bretagna erano attese per un aumento dei tassi nell'arco dell'anno in corso: la reazione è stata quindi quella di un apprezzamento del dollaro, tanto che sia Warren Buffett che il presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn, hanno pubblicamente messo in discussione la bontà di un aumento del tasso di riferimento, chiedendosi retoricamente come la Fed potrebbe operarlo senza danneggiare l'economia del Paese. Anche perché all'apprezzamento conosciuto dall'inizio dell'anno va unito il +13% della seconda metà del 2014, l'aumento maggiore dal 2008, questo nonostante la ripresa americana, nei fatti, non ci sia: lo testimonia l'Economic Surprise Index di Citi, il quale dimostra come i dato macro dell'economia statunitense stiano deludendo tutte le aspettative nel modo peggiore da due anni a questa parte. 

 


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