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SPY FINANZA/ Così gli Usa scendono "in guerra" per il dollaro

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«Il dollaro forte rappresenta di fatto una contrazione, sta facendo già molto del lavoro che competerebbe alla Fed stando alla sua guidance ufficiale di politica monetaria e fiscale», ha dichiarato Greg Peters, gestore del ramo reddito fisso alla Prudential Financial di Newark e responsabile per investimenti obbligazionari da 534 miliardi di dollari. Negli ultimi 12 mesi il dollaro si è apprezzato di almeno il 4% rispetto alle 16 valute principali, tanto che l'indice sul dollaro bilanciato al commercio è salito ai massimi da aprile 2009 lo scorso mese. E questo è un male, per il semplice fatto che le aziende Usa devono imparare a vivere con un rally del dollaro che non riflette un reale miglioramento e rafforzamento dell'economia: le vendite al dettaglio e gli ordinativi di beni durevoli si sono parecchio indeboliti negli ultimi mesi e le multinazionali, come vi ho dimostrato prima, cominciano a sentire il peso del dollaro forte a livello di utili. 

Finora la Fed ha guardato al fenomeno in maniera affatto preoccupata, per il semplice fatto che quella degli Stati Uniti è un'economia basata al 70% sui consumi e solo al 13% sull'export, ma ora qualcosa pare cambiato, visto che guardando ai contratti futures si capisce che la possibilità di un aumento dei tassi a giugno è data solo al 18%, contro il 23% di una settimana fa e in attesa dell'audizione di Janet Yellen davanti al Congresso prevista per la settimana prossima, è molto probabile che quella percentuale scenderà ancora. Soprattutto se i dati macro continueranno a deludere, come hanno fatto quelli pubblicati ieri. 

Guardate i due grafici a fondo pagina: se l'indice manifatturiero PMI di Markit ha postato un dato migliore delle attese (54.3 contro le previsioni di 53.6) è la voce dei nuovi ordinativi a spaventare, visto che sono scesi al livello del gennaio 2014 e con essi il tasso di occupazione del settore, tanto che Markit ha concluso la sua analisi dicendo che «il tasso di crescita economica rimane ben al di sotto di quello dello scorso anno, tanto che possiamo dire che l'economia Usa è entrata in una fase di crescita rallentata». Di più, «i dati di febbraio ci indicano grossa cautela rispetto al numero di assunzioni nel settore manifatturiero e anche le dinamiche salariali sono aumentate solo modestamente, al ritmo minore da sette mesi a questa parte. Il rallentamento dei nuovi ordinativi ha reso gli imprenditori più cauti nell'assumere e i timori verso Russia ed eurozona continuano a limitare molto l'appetito verso il rischio». 

E sul finale, lo spettro peggiore: «I costi della manifattura, oggi in calo al ritmo più rapido da metà 2012, dovrebbero far abbassare ulteriormente l'inflazione nei prossimi mesi, permettendo quindi politiche di allentamento per un periodo più lungo se necessario». Insomma, rischio deflazione e tassi che rimarranno ancorati a zero, altro che aumento. E se sarà necessario, per spingere al ribasso il dollaro, temo che la Fed non si farà scrupoli nel creare intoppi al Qe della Bce, se non addirittura imbarcarsi - in maniera più o meno ufficiale - essa stessa in un nuovo round di stimolo. 

L'America, alla fine, ha dovuto ammettere a se stessa che la ripresa non c'è. Ed è entrata ufficialmente in guerra.

 

 

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