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SPY FINANZA/ Così gli Usa scendono "in guerra" per il dollaro

Pubblicazione:sabato 21 febbraio 2015

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Prosegue la striscia di risultati negativi dell'economia americana, tanto per supportare ulteriormente la vulgata della crescita record. Dopo il crollo registrato a gennaio, passando dal massimo da 21 anni ai minimi da 12 mesi, l'indice Philly Fed era atteso in rimbalzo da praticamente tutti gli analisti, ma così non è stato: non solo è sceso per il terzo mese di fila a quota 5.2 dalle attese di 8.43, ma addirittura la componente "hope" - ovvero le attese per i sei mesi a venire da parte delle aziende - si è schiantata letteralmente al suolo, passando da 50.9 a 29.7, il peggior calo mese-su-mese dal crollo di Lehman Brothers, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. 

Ma veniamo poi a uno dei miei indicatori preferiti, ovvero il dato di vendite di Caterpillar, leader mondiale per ciò che riguarda i macchinari legati alle costruzioni, quindi un ottimo indicatore macro. Bene, a gennaio l'azienda ha patito il peggior calo mensile anch'essa dal crollo di Lehman, con le vendite a livello globale scese del 14% rispetto all'anno precedente (quando scesero dell'8% rispetto al 2013, mentre nel gennaio 2013 scesero del 3% rispetto allo stesso mese del 2012). E c'è di più, perché come ci mostra il secondo grafico, Caterpillar sta scontando cali nelle vendite da 26 mesi consecutivi, sette mesi in più rispetto al periodo del grande recessione. 

Vogliamo poi parlare del petrolio e delle conseguenze che il perdurare di prezzi ai minimi sta avendo sull'economia Usa? Partiamo dall'ultimo dato disponibile, ovvero quello delle scorte: il dato dell'Api di giovedì parlava di 14,3 milioni di barili, mentre quello dell'Eia addirittura di 7,72 milioni di barili contro le attese di 3 milioni, con un livello della produzione statunitense ancora in crescita a 9,280 milioni di barili al giorno. Insomma, una saturazione da offerta che certo non funzionerà da driver per un eventuale aumento del prezzo. E come mostra il terzo grafico, il Texas - uno degli Stati che vive sulla produzione di oro nero - sta patendo molto a livello occupazionale, visto che l'aumento delle richieste iniziali di sussidio di disoccupazione sta salendo per la nona settimana di fila. E questo in un contesto occupazionale che pare mutato del tutto a livello di trend, visto che se l'attesa per le richieste iniziali era di 304mila, mentre la realtà è stata migliore a quota 283mila, il dato della richieste continuative - ovvero di chi non riesce a trovare un lavoro dopo averlo perso - è salito di 58mila unità a 2,425 milioni, il salto in avanti maggiore dall'inizio dell'anno. 

Oggi come oggi gli impianti aperti e operativi sono 553, il 34% dal picco dello scorso ottobre e sempre più aziende, anche di grandi dimensioni, stanno ridimensionando e di molto il business. È il caso della Eog Resources, leader del settore, la quale, nonostante intenda mantenere più o meno invariata la produzione quest'anno, dopo averla aumentata del 50% annualmente negli ultimi cinque, sta tagliando le spese del 40% e trivellerà la metà dei pozzi rispetto al 2014, dopo che i conti del quarto trimestre presentati mercoledì scorso hanno mostrato profitti al di sotto delle attese. 

Per Michael Scialla, analista alla Stifel Nicolaus & Co. di Denver, «questi tagli sono il segnale che i produttori di shale oil possono rallentare la produzione molto più in fretta di quanto le previsioni si aspettassero. La Eog è vista come un'azienda leader nello sviluppo dello shale, quindi se non intendono crescere quest'anno, questo rappresenta un segnale molto importante per il mercato. Quindi, il mito che questo rallentamento avrà bisogno di tempo per aver un impatto sulla fornitura è completamente errato». 

 

 

 


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