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BANCHE E POLITICA/ Popolari e Bcc, i numeri (e gli obiettivi) che nessuno vuol vedere

Pubblicazione:domenica 22 febbraio 2015

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L'intervento del capo della Vigilanza della Banca d'Italia, Carmelo Barbagallo, al convegno di Bolzano organizzato dalla Federazione delle Cooperative Raiffeisen pochi giorni fa, ha evidenziato le linee strategiche suggerite da Banca d'Italia necessarie per una compiuta riforma del nostro sistema bancario. Dopo il decreto legge sulle prime dieci banche popolari, che impone la loro trasformazione in società per azioni, l'attenzione si è focalizzata sulle banche di credito cooperativo e le loro "inefficienze nell'attuale configurazione di rete", che obbligatoriamente deve essere superata in quanto "occorre favorire un sistema meno frammentato, capace di superare gli svantaggi della piccola dimensione," indicando che la soluzione è una fusione del mondo Bcc in un'unica società. Nei fatti si sta modificando circa il 30% della governance degli impieghi del sistema bancario italiano. 

Dai dati emersi nel rapporto mensile Abi di gennaio 2015, a fine 2014 il perdurare della crisi ha determinato un aumento della rischiosità dei crediti erogati: le sofferenze lorde hanno raggiunto a novembre 2014 oltre 181 miliardi, le sofferenze nette ugualmente crescono a 84,8 miliardi pari al 46,75% del totale lordo. A fine anno scorso - continua il rapporto Abi - l'ammontare dei prestiti alla clientela erogati dalle banche operanti in Italia è stato pari a 1.820,6 miliardi di euro, inferiore comunque ai dodici mesi precedenti, quando si attestava a 1842,9 miliardi. L'aumento delle sofferenze è correlato al perdurare della crisi economica che ha determinato una contrazione dei consumi e della produzione industriale di quasi il 25% negli ultimi sette anni: anche l'ultimo trimestre 2014 evidenzia una crescita pari a zero, migliore comunque del trimestre precedente, quando si era, per l'ennesima volta, in negativo. 

Le evidenze dei dati indicano che la globalizzazione finanziaria e l'apertura ai mercati ha - nei fatti - determinato una elevata rischiosità industriale, e quindi fallimenti, chiusure degli stabilimenti, cassa integrazione e problemi sociali. Rischiosità che gli istituti cooperativi, sia di credito che popolari, faticano a gestire competitivamente, anche condizionati dall'etica altruista a favore del territorio, non solo dovuta, in alcuni casi, alla gestione "di signorotti locali" e, come dice Barbagallo, alla "presenza frequente di conflitti di interesse, carenze dei meccanismi di pianificazione, debolezze nell'assetto dei controlli interni… e inopportuni campanilismi". Tutti vasi di coccio fra vasi di ferro? 

L'economista Carlo Maria Cipolla riteneva che "il rinnovamento del sapere tecnico è l'espressione della reazione dell'uomo ai problemi mutevoli creati dall'ambiente" e, "quello che è in causa, è una vasta modificazione delle strutture e dei valori sociali". Ne consegue che ogni modifica non è avulsa dal contesto sociale e quindi dalle istituzioni esistenti. Il processo di sviluppo "è pertanto complesso, e molte volte, se si vuole crescere in modo armonico, lento". 


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