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Economia e Finanza

SCENARIO/ Sapelli: dalla Grecia all'Isis, così l'Europa è diventata un "inferno"

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Lo sbigottimento dinanzi alla decadenza non può non assalirci con un senso di fallimento profondo se ci poniamo sul solco della civilizzazione occidentale. Comprendiamo che siamo al tramonto con un chiarore di morte indicibile. La "Guerra fredda", tutti gli studiosi concordano, fu un equilibrio instabile ma in grado di scaricare sulle periferie i conflitti tra le due grandi potenze che erano ancora protese a spartirsi il mondo fuori dall'asse e dalla faglia, insieme, europea e nordamericana, a riprova di quanto decisiva, appunto, rimase e rimane, per le sorti dell'umanità intera, la questione europea e con essa, naturalmente, la questione mediterranea e quindi, ancora la questione sia balcanica che africana.

Ciò che però caratterizzò, in una forma preoccupante, la differenza tra il periodo post-Congresso di Vienna e quello post-Seconda guerra mondiale fu l'incapacità che disvelarono sia l'Urss, sia gli Usa e i loro alleati europei, in primis francesi e inglesi, di dare vita a quella serie di riaggiustamenti dell'equilibrio via via infranto che furono i capolavori diplomatici della seconda metà dell'Ottocento: penso al Congresso di Parigi del 1856 che si svolse dopo la guerra di Crimea e che diede un contributo enorme alla creazione di anni di pace in un contesto difficilissimo e pericolosissimo; penso alla Conferenza di Londra del 1871 dopo la guerra franco prussiana che, se fallì nell'impedire un eccessivo rafforzamento della Prussia per via dell'avvenuta unificazione germanica, fu tuttavia l'ultimo tentativo di regolare l'impetuosa e pericolosa crescita della Germania per la pace di tutto il modo; infine, penso al Congresso di Berlino dopo la guerra russo turca del 1878, che segnò addirittura un momento di civilizzazione diplomatica tedesca, pur dopo che le potenze belluine di quell'impero avevano eliminato e allontanato da sé la saggezza di Bismarck, ultimo esponente di una via pacifica al potere mondiale da parte della Germania. 

Tutti questi tentativi di regolare l'ordine internazionale, mentre il colonialismo galoppava, il capitalismo trionfava, il mondo correva verso quell'evento tragico che fu la rivoluzione bolscevica, sono capolavori diplomatici che non siamo più in grado di creare oggi. Oggi ci snerviamo in continui accordi sul libero commercio o in riunioni "globali" o più ristrette (sic!) delle grandi potenze e delle piccole potenze per regolare o tentare di regolare i mercati, mentre le crisi economiche - tuttavia - risultano fuori controllo. 

Il perché è presto detto: perché la politica a livello mondiale ha perso il suo potere specifico che è la diplomazia internazionale. Dopo la caduta dell'Urss non si è saputo ricostruire un nesso diplomatico, un dialogo diplomatico, neppure tra gli Usa medesimi e la potenza sconfitta. Non solo, questa incapacità ha tracimato in tutti gli stati europei e ha investito le stesse istituzioni europee, che sono state forgiate appunto dalla volontà macro-economica della finanza globale, piuttosto che da quella della diplomazia globale. È chiaro in tal modo che il ciclo politico dominante non è più quello della regola politica come continuazione della minaccia dell'uso della forza e come continuazione, insieme, della capacità strategica di non concepire mai la distruzione dell'avversario, ma la sua rigenerazione in senso favorevole all'equilibrio internazionale e all'integrazione statuale che non annichilisce l'avversario medesimo. Se così non si fa, come invece si è fatto, si favorisce la distruzione della capacità di equilibrio complessiva del sistema nazionale e quindi di quello internazionale per un semplice principio geopolitico, come è apparso evidente in Iraq e in Libia recentemente, quando le mucillaggini peristaltiche delle aggregazioni umane tribali hanno avuto la prevalenza sulle strutture statuali precarie e in ogni caso non eurocentriche che sorreggevano territori di insediamenti umani stabili ma dalle regole del potere totalmente differenti da quelle delle superpotenze e in generale delle regole europee.