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SPY FINANZA/ Se Spagna e Bce fan più paura della Grecia

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E per arrivare al punto critico, diciamo che un deterioramento sul mercato del debito sovrano spagnolo potrebbe avere un severo e immediato effetto a catena, per il semplice fatto che il credito investment grade tende a tracciare i grandi Paesi periferici, come la Spagna e non certo la Grecia. Il più grande canale di contagio per l'eurozona, infatti, non è il sistema bancario greco, bensì qualcosa di molto più sistemico per i mercati del credito presi come insieme, ovvero il potenziale ritorno del rischio di ri-denominazione. Nello specifico, se i mercati cominciano a prezzare un aumento del rischio riguardo la possibilità che un altro Stato membro esca dall'Unione, a quel punto il rischio potrebbe non essere più limitato e controllato. Le esposizioni bancarie e corporate verso la Spagna, l'Italia e altre economie europee sono molto più tangibilii e materiali rispetto a quelle verso Atene, quindi gli spread legati al credito finora sono stati molto più correlati verso le performance di Roma e Madrid che non della Grecia e quasi tutti gli analisti si attendono che questo trend prosegua. 

Il primo grafico a fondo pagina, che mette in relazione il credito investment grade e i rendimenti spagnoli, ci mostra quanto importante sia la situazione politica iberica. E, come ci mostra il secondo grafico, nonostante l'azione di front-running della Bce abbia mantenuto gli spread italiani e spagnoli molto compressi (ieri il nostro Btp toccava un rendimento ai minimi storici sul Bund, sotto l'1,5%), il rischio di contagio è reale. Perché nonostante si guardi sempre al mercato azionario e obbligazionario, in realtà il canale di trasmissione del rischio principale è quello politico e nazioni come la Spagna potrebbero soffrire un contagio nonostante la loro ripresa economica in atto (sulla cui entità avrei molto da ridire), questo a meno che il faccia a faccia tra Syriza e creditori internazionali o peggio un'uscita della Grecia dall'euro con tutte le conseguenze che questo avrebbe per Atene nel breve periodo, non facciano diminuire il supporto popolare per Podemos, almeno stando a uno studio di Barclays. 

E la cartina di tornasole ce la offre il terzo grafico, ovvero il fatto che i differenziali dei credit default swaps di Spagna e Italia stanno tradando molto più ravvicinanti e compressi di quanto dovrebbero, anche se dovessimo calcolare a prescindere che non ci sarà "Grexit". Attenzione a queste dinamiche, perché come i mercati sono stati placidi per mesi, blanditi dalla Bce e dalle sue promesse, così possono ribaltare la situazione in un attimo e farla precipitare in tempi molto, molto brevi, "Grexit" o non "Grexit". 

Tanto più che da sempre più parti arrivano appelli al realismo, finora inascoltati. L'ultimo in ordine di tempo è stato quello di Kingsley Jones, fondatore e amministratore delegato della Jevons Global, a detto del quale «il debito greco non è ripagabile in questa vita, nemmeno se verrà garantita un'estensione del programma di salvataggio. Hanno una ratio debito/Pil al 175%, molto più alta di quando l'intera questione ellenica ha avuto inizio. Guardiamo al Giappone, il suo debito governativo sta avvincinandosi rapidamente al 300% del Pil, un giorno semplicemente quella massa di debito imploderà. Ripeto, non esiste possibilità che il debito nipponico sia ripagato, così come quello greco. Non serve a nulla restare arroccati sul piano morale». E ancora: «I termini dell'attuale accordo impongono che la Grecia debba mantenere un surplus di budget di oltre il 4% per più di una decade, nessuna nazione con un'economia in crisi è mai riuscita in un'operazione simile. Quindi, penso che i termini imposti ad Atene siano francamente irrealistici». 

 

 

 


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