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SPILLO-FLASH/ Su Rai Way arriva il decreto-Opa del Cavaliere

Pubblicazione:mercoledì 25 febbraio 2015 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 25 febbraio 2015, 16.09

Silvio Berlusconi (Infophoto) Silvio Berlusconi (Infophoto)

Chissà se - come a qualche buon amico del premier Renzi prima del decreto sulle Popolari - all'orecchio del presidente della Camera, Laura Boldrini, era giunta qualche vocina sulla mossa che Mediaset stava preparando su RayWay. "L'insider" da parte della terza carica dello Stato - se c'è stato - è stato comunque giocato tutto in politica: alzando in tutta fretta del filo spinato istituzionale attorno a viale Mazzini, evidentemente utile  contro le intenzioni sia del premier che del Cavaliere. Ma a conti fatti l'Opa sulle torri Rai rischia di essere più insidiosa del decreto ventilato dal governo per riformare la tv di Stato: prova ne è, ad esempio, lo strillo mattutino di Repubblica.it

"Accesso garantito a tutti gli operatori": è questo che ha colpito (positivamente...) il giornale-azienda-partito di Carlo De Benedetti, storico arcirivale politico-editoriale di Silvio Berlusconi . E se "i titoli corrono a Piazza Affari", Repubblica non menziona affatto la prima presa di posizione del segretario Pd della Vigilanza Rai, Marco Anzaldi. Un'Opa "incomprensibile" per Anzaldi, che cita i vincoli posti dal decreto di privatizzazione di RaiWay. Una difesa di estrema debolezza sostanziale nel momento in cui il premier - e segretario del Pd - vuole cambiare gli assetti dell'intero gruppo pubblico. 

Ma come avviene da almeno un quarto di secolo anche in Italia, il mercato si è mosso prima: e perpetra sicuramente un'anomalia italiana il fatto che "il mercato" sia tuttora rappresentato da un tre volte ex premier, tuttora leader dell'opposizione e titolare di un duopolio. Ma è anche vero che il premier e capo della maggioranza di centrosinistra è il primo che vuole superare l'attuale "regime tv": e l'imprenditore Berlusconi (che certamente non è invecchiato come il politico) ne sta traendo conseguenze veloci. Con quello smalto che - trent'anni fa - lo portò a battere sul campo la concorrenza di Rizzoli, "vecchia Mondadori" (alleata di Repubblica), e Rusconi ben prima di trincerarsi nel duopolio con il "decreto Craxi", antesignano dell'attuale "legge Gasparri".

Nel merito, la concentrazione fra "torri" Mediaset (Ei) e rete Rai ha forte senso industriale (e non va persa di vista la dismissione delle torri Telecom). È quasi certo che dietro a Mediaset vi siano grandi investitori istituzionali o anche industriali: ad esempio, i fondi di private equity già interessati alle stesse torri Ei. Non è neppure escluso il coinvolgimento di grandi broadcaster: il mercato, il governo e il parlamento hanno il diritto di essere informati in dettaglio sulle strategie di Mediaset. E il Tesoro, azionista di Rai, ha il dovere di tutelare al meglio il suo investimento.


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