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FINANZA E POLITICA/ Renzi e Italia, un mese per evitare la "Serie B"

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Il tesoretto odierno è inferiore e ancor più aleatorio perché non deriva da un andamento migliore del rapporto tra spese ed entrate correnti, ma da un fattore esterno che può mutare molto rapidamente. La prudenza spingerebbe a mettere in cassa quei miliardi come assicurazione contro momenti peggiori. Ma il temporeggiare non fa bene all'economia italiana. È vero che ci sono buoni segnali di ripresa nell'industria, soprattutto quella esportatrice. Tuttavia i consumi interni restano piatti se non negativi, gli investimenti languono, la disoccupazione è doppia rispetto alla media europea. 

Ai tempi di Padoa Schioppa il debito pubblico rispetto al Pil era del 103%, oggi è 132% e continua a crescere anche in valore assoluto. Standard & Poor's valuta il debito italiano BBB-, un soffio sopra quello dei titoli spazzatura. Nel 2007 si trovava a livello AA-. Persino nel drammatico 2011 era rimasto ancora A. Le agenzie di rating guardano soprattutto alla solvibilità del debitore e questa dipende dal tasso di crescita del reddito. Dunque, è allo sviluppo che bisogna puntare per cogliere l'opportunità offerta dal calo degli interessi. Ma qui casca l'asino.

Il governo sta varando una serie di riforme dal lato dell'offerta, volte a migliorare la concorrenza; la più importante è senza dubbio quella che riguarda il mercato del lavoro (il Jobs Act). Tuttavia il problema più urgente viene dal lato della domanda interna (consumi e investimenti). E su questo la politica economica è vaga e incerta perché il bilancio dello Stato non ha margini di manovra. Particolarmente complicato è spingere gli investimenti. Sono in molti e spesso molto autorevoli, a sostenere che è questa la chiave per una solida ripresa. Hanno ragione a denunciare che la spesa per investimenti continua scendere mentre i bisogni del Paese, basti pensare alle infrastrutture, restano insoddisfatti. Ma se anche salissero gli stanziamenti e l'efficienza per miracolo balzasse agli stessi livelli europei, l'effetto sulla congiuntura non sarebbe immediato. Al contrario di quel che accade con un sostegno ai consumi aumentando i salari e riducendo le imposte sui redditi. Gli 80 euro sembravano l'inizio di una svolta, sono rimasti un'eccezione e c'è il rischio che finiscano come il cuneo di Prodi, soprattutto perché la pressione fiscale complessiva resta troppo pesante.

Il governo italiano, insomma, è sotto tiro. L'Unione europea ha concesso un po' tempo, però la Legge di stabilità ha ottenuto solo un "semaforo giallo", come ha detto il commissario per l'Economia Pierre Moscovici, il quale aspetta i risultati ("le riforme vanno realizzate e questo è sempre stato il punto debole italiano", ha spiegato a La Stampa) e invita a non farsi illusioni: la crescita è ancora fiacca, appena lo 0,6% quest'anno, ben al di sotto di quel che sarebbe necessario per ridurre il debito e aumentare l'occupazione. "Col verde si passa senza problemi - insiste l'ex ministro francese - con il giallo bisogna dare un colpo all'acceleratore se non si vuole che scatti il rosso". C'è solo un mese, di qui al prossimo Documento di economia e finanza, perché Padoan trovi l'acceleratore. 

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