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FINANZA E POLITICA/ Renzi e Italia, un mese per evitare la "Serie B"

Lo spread è sceso fino a 100 punti, creando opportunità di risparmio per lo Stato: un piccolo tesoretto sui cui è meglio che il Governo non si faccia illusioni, dice STEFANO CINGOLANI

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Lo spread torna a cento punti, cioè come prima della crisi. Ciò vuol dire che la differenza tra il rendimento dei Btp decennali e dei corrispettivi Bund tedeschi è di appena l'1%, esattamente 1,30% contro 0,30%. Il Tesoro si frega le mani e calcola che quest'anno pagherà per interessi sul debito circa 6 miliardi in meno, stando alle stime che circolano. Un "tesoretto" niente male. Passata è la tempesta, stappiamo champagne? Calma e gesso. 

Intanto, il crollo dei tassi produce anche un effetto spiacevole sui derivati accesi dal Tesoro: secondo Maria Cannata, le minusvalenze teoriche erano salite a 42 miliardi sui 152 miliardi di valore nozionale. Se a scadenza queste perdite diventassero sonanti, l'effetto sarebbe pesante e il salasso potrebbe iniziare molto prima, se le minusvalenze portassero il Tesoro a versare garanzie collaterali cash alle controparti bancarie (come prevede l'art. 33 della Legge di stabilità). Ammettendo che tutte le perdite potenziali dessero luogo a garanzie, le nuove spese per interessi ammonterebbero a un miliardo e mezzo di euro. 

Attenti, allora, a far conto sul "tesoretto Draghi" (chiamiamolo così perché si deve alla politica monetaria della Bce). Certo, l'effetto tassi non è positivo solo sul bilancio pubblico, dunque per una valutazione compiuta bisogna considerare l'impatto della moneta sull'economia reale. Ciò dipende da molte altre variabili, la prima delle quali è la politica fiscale. Se sarà anch'essa espansiva, allora il prodotto lordo potrebbe marciare a un ritmo più spedito senza temere il colpo di coda dell'inflazione (anzi, i prezzi sono sotto zero e l'aumento della domanda li farebbe tornare positivi), mettendo a frutto la svalutazione dell'euro che per l'Italia è molto significativa (le esportazioni rappresentano circa un terzo del Pil). 

L'ultima volta che si è creato un "tesoretto" era il 2007. Romano Prodi guidava il governo e il ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa scoprì che le entrate erano cresciute più del previsto, nonostante le elezioni dell'anno precedente avessero gonfiato le spese. Nel timore che cominciasse l'assalto alla diligenza, TPS cercò di negare e di spegnere gli entusiasmi dello spendi e spandi. Anche perché Prodi aveva promesso di tagliare il cuneo fiscale di cinque punti, addossando direttamente al Tesoro una parte dei contributi sociali. 

La finanziaria del 2007 decise una riduzione di 2 miliardi e mezzo per quell'anno; 4,4 miliardi nel 2008 e 4,6 miliardi nel 2009. La congiuntura, dopo un biennio positivo, volgeva già al brutto e l'effetto fu nullo. Padoa Schioppa avrebbe voluto destinare il tesoretto a una riduzione del debito. Una goccia nel mare, ma gli piaceva la strategia della goccia cinese. Prodi diede retta alla Confindustria, ai sindacati e a Rifondazione comunista che faceva parte del suo gabinetto per evitare ripercussioni negative sul governo (che ci furono lo stesso un anno dopo).