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SPY FINANZA/ Il nuovo pericolo che arriva dalla Bce

Pubblicazione:martedì 3 febbraio 2015

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E cosa succederebbe se le Banche centrali dovessero incorrere in perdite sui loro acquisti di bond? Stati patrimoniali più ampi, al netto di perdite sul portafoglio, potrebbero ridurre il capitale disponibile sia per le Banche centrali nazionali che per la Bce: a quel punto, i governi dovrebbero ricapitalizzare le Banche centrali che stanno acquistando bond per aiutare il Paese? Ricordiamoci che le Banche centrali non possono incorrere in perdite mark-to-market, possono semplicemente detenere l'obbligazione fino a scadenza: peccato che a questo quadro già limitante per l'Europa ci sia da scontare anche il rischio di tensione sui Paesi periferici - il 28 febbraio si capirà a quale gioco stia davvero giocando Atene, visto che scade il programma di salvataggio -, un qualcosa che la Fed non ha dovuto affrontare. C'è poi da ricordare che la Fed continua a mandare segnali equivoci sul proprio rialzo dei tassi, ma se il trend del dollaro forte dovesse davvero proseguire sul medio termine, andando a intaccare l'export, allora l'opzione giugno potrebbe non essere tanto peregrina: basterà vedere l'andamento delle scommesse short sul Treasury a 30, le quali come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, sono a livelli altissimi, coadiuvate anche dei capitali esteri in cerca di beni rifugio che stanno ulteriormente comprimendo il rendimento del debito Usa. Se da qui a un paio di mesi il trend cambiasse e le posizioni invertissero il senso della scommessa, allora prepariamoci al blitz della Yellen, con tutte le conseguenze che esso comporterà. 

Tornando all'Europa, venerdì scorso è successo qualcosa folle: sia il Bund a 10 anni che quello a 30 anni hanno toccato minimi storici, il primo allo 0,30% e il secondo allo 0,996%, come ci mostrano il secondo e il terzo grafico a fondo pagina: insomma, la giapponesizzazione della Germania è quasi completa. Ieri in apertura di contrattazioni si sono registrati aumenti frazionali, ma il trend non cambia: il decennale tedesco prezzava un rendimento di 30 punti base e stiamo parlando dello stesso strumento che a novembre 2014 ne prezzava 90, a maggio dello scorso anno 140 e all'inizio del 2014 si attestava sui 195 punti base. 

Siamo al ridicolo sul mercato obbligazionario, per il semplice fatto che gli investitori sembrano aver scordato quale sia la natura delle obbligazioni come asset class: insomma, tradano in base all'apprezzamento del prezzo come i titoli ma dimenticano la componente di rischio presente nei bond in quanto obbligazioni sul debito. Il caso tedesco, poi, è esemplificativo. Escludendo cibo ed energia, i prezzi al consumo in Germania dovrebbero aumentare solo dell'1,1% in Germania quest'anno, anche grazie al crollo del 60% del costo del petrolio dai suoi massimi, ma una volta passata la buriana e riattivate dinamiche normali, le tendenze inflazionistiche torneranno a salire mentre quei 30 punti base di yield per il Bund dureranno per dieci anni, non per tre mesi! 

Il problema, poi, è che la vulgata che vorrebbe i rendimenti così bassi dovuti alla lenta crescita europea è appunto tale, visto che durante la crisi del 2008/2009, il Bund a dieci anni prezzava un rendimento fra il 3 e il 4% e il petrolio era ai minimi storici attorno ai 33 dollari per barile. Qual è quindi il problema, anzi, "l'elefante nella stanza" per dirla in gergo finanziario? I tassi a zero, cioè l'eccessiva quantità di denaro a costo quasi nullo circolante nel mercato finanziario a causa proprio delle politiche di allentamento quantitativo delle Banche centrali: le grandi istituzioni finanziarie ottengono credito, mandano in effetti leva i loro bilanci e si assicurano un vantaggio da questo delta, ovvero la differenza tra costi di finanziamento drammaticamente bassi e rendimenti obbligazionari sovrani, quasi senza voler contemplare i rischi insiti in questa operazione. Di fatto, con un trade a 30 punti base, il Bund tedesco è, nella logica del mercato futures, niente più che una opzione call sulla distruzione totale del concetto di "ricerca di massa del rendimento" che le istituzioni finanziarie hanno posto in essere negli ultimi anni. 

 

 

 


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