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SPY FINANZA/ Il "domino greco" che colpisce l'Italia

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Ma a svelare sottotraccia quale sia il reale problema e la base del bluff greco ci ha pensato lunedì lo stesso Varoufakis, quando ha reso noto di fare affidamento sulla Bce per sostenere il sistema finanziario greco nei prossimi quattro mesi, con iniezioni di liquidità. Di più, potrebbe chiedere a Francoforte 1,9 miliardi di euro, ovvero i profitti guadagnati dalla Bce con l’acquisto di bond greci dopo il salvataggio del 2010. Ora guardate il primo grafico a fondo pagina: quelle linee che si stanno inesorabilmente schiantando al suolo sono le obbligazioni bancarie greche, un trend che parla chiaramente di un haircut che dovrà esserci, al netto del maquillage di sostantivi. Nonostante i bond governativi siano leggermente migliorati, passando sul decennale dall’11.3% al 10,4% di rendimento e la Borsa abbia reagito come il cane di Pavlov alla bufala dello swap guadagnando ieri all’ora di pranzo il 10%, l’epicentro reale della crisi greca è il sistema bancario, non il debito pubblico e la sua sostenibilità. E proprio oggi e domani, la Bce si riunisce per la review bisettimanale dell’Ela, il fondo di emergenza cui le banche greche hanno fatto ricorso nelle scorse settimane attraverso la Banca centrale di Atene per tamponare l’aumento delle sofferenze e le fughe di capitali: continuerà la Bce ad accettare, come ha fatto finora, collaterale non eligibile, ovvero “junk”, dalla Grecia per garantire il finanziamento attraverso l’Ela? Ovviamente sì, altrimenti sarebbe un’ecatombe, ma temo che Mario Draghi farà pesare e non poco quel “sì” ad Alexis Tsipras e il livello di prezzo cui stanno crollando le obbligazioni greche sembra rimandare addirittura l’ipotesi che invece sia possibile anche il “nein” tutto politico di Francoforte. Dico così perché comunque la Bce avrebbe altri modi per finanziare quelle banche zombie e addirittura per continuare a finanziare il Paese se anche il 28 febbraio Atene decidesse di sbattere le porte in faccia alla troika, quindi si sta giocando a chi ringhia più forte, niente più.

Draghi, però, ha il jolly in mano, visto che la Bce ha discrezionalità totale garantita sui soggetti cui prestare denaro e in base al Risk Control Framework può decidere da un giorno con l’altro di non finanziare più un’istituzione accampando una ragione qualsiasi che sia legata a rischi potenziali: e Atene ne ha parecchi. Se dovesse accadere questo blocco, il crash del sistema bancario sarebbe immediato e destinato a sostanziarsi in un default del Paese e nella sua uscita dall’eurozona nell’arco di settimane, tanto che Atene sarebbe costretta a imporre controlli sui capitali, nazionalizzare le banche e reintrodurre in tutta fretta la dracma. Finora la Bce ha garantito agli istituti ellenici supporto per 54 miliardi di euro, ma la situazione sta peggiorando, visto che le fughe di capitali stanno ancora accelerando e ora sono al ritmo di 1 miliardi di euro al giorno, una marea di soldi che però non scuote troppo la superficie del mercato grazie all’offsetting della stessa Eurotower attraverso il sistema di pagamenti Target2.

E se il governatore finlandese, Erkki Kiikanen, ha dichiarato che «una qualche forma di soluzione deve essere trovata, altrimenti non potremo continuare con i prestiti», la Merkel è stata più sottile ma dura nel suo attacco: anche perché la Bundesbank è la Banca centrale più esposta a eventuali perdite proprio su Target2. Lo stesso vice-presidente della Bce, Vitor Constancio, ha parlato chiaramente del caso delle banche greche come di una “deroga” rispetto all’accettazione di collaterale non eligibile, un qualcosa che copre almeno 30 miliardi di collaterale ellenico nella finestra di finanziamento dell’Eurotower: «Ma se scopriamo che una nazione è al di sotto del rating accettabile e non c’è più un programma della Troika, allora la deroga sparisce». Insomma, la questione debito è rimandabile, quella bancaria no.

Tanto più che in base alle cifre che circolano, tutte da confermare, il surplus primario della Grecia per i prossimi anni è già stato tagliato dal 4,5% al 2,5% del Pil, muovendosi quindi verso la neutralità fiscale e creando un po’ di spazio per i programmi di welfare promessi da Syriza, ma per fare questo occorre che il debito sia prolungato fino al 2055 e con la media del tasso di interesse da pagare attorno all’1,5%. Il secondo grafico ci spiega chi rischia di farsi male e quando, nel caso Atene giochi la carta - improbabilissima - dell’insolvenza, ma occorre ricordare che il 2015 è l’anno chiave per il Paese, visto che tra il 2016 e il 2022 tra redemptions e pagamenti degli interessi, l’esborso per il debito sarà molto basso, tra i 6 e i 10 miliardi di euro.