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SPY FINANZA/ Il "domino greco" che colpisce l'Italia

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Il problema è quest’anno, visto che al netto delle informazioni pressoché assenti sulle riserve liquide del governo greco, questo mese e a marzo Atene dovrà pagare 3,5 miliardi per prestiti dal Fondo monetario internazionale, tra luglio e agosto poco meno di 7 miliardi di bond detenuti dalla Bce e inoltre debito governativo a breve scadenza, molto del quale dovrebbe subire roll-over da parte delle banche greche (ammesso che non siano fallite), mentre una piccola parte è detenuta da privati che se decidessero di non operare roll-over imporrebbero dei costi allo Stato e quindi drenerebbero denaro dalle riserve.

C’è poi chi non se la sente di escludere affatto il “Grexit”, ovvero Morgan Stanley, la quale ha già preparato uno scenario post-uscita della Grecia che vedrebbe l’eurozona convertita in una sistema di cambi fissi overnight, già ridefinito “Erm3” dalla banca d’affari. Ma come vi dicevo all’inizio dell’articolo, c’è altro che debba preoccupare. Nonostante le boutade greche sui nuovi piani di gestione del debito da ripagare e il dibattito in atto, qualcuno ha già deciso che occorre proteggersi dal contagio. Goldman Sachs, con una nota pubblicata lunedì sera, ha infatti invitato a vendere titoli della periferia dell’Ue - nella fattispecie italiani, spagnoli e portoghesi - e abbandonare le posizioni overweight sulla Borsa di Milano e Madrid. Per la banca d’affari, «la posizione del nuovo governo greco sta diventando sempre più euroscettica e più in contrapposizione di quanto la maggior parte degli osservatori e il mercato avessero anticipato prima del voto. Questo aumenta il rischio di errori politici che potrebbero portare a un incidente economico e finanziario e persino all’uscita della Grecia dall’Ue. Nonostante le autorità europee abbiano strumenti per calmare i mercati in caso di crescita del rischio di evento, ci aspettiamo notevole volatilità. Quindi, raccomandiamo di chiudere le esposizioni tattiche pro-cicliche sugli spread periferici europei (Italia, Spagna e Portogallo) e sulle equities (overweight su Italia e Spagna, ovvero Ftse Mib e Ibex contro Sxxp)».

E attenzione, perché sul nostro Paese potrebbero pesare non solo la questione greca e i suoi riflessi, ma anche le criticità legate al Qe della Bce, visto il ritorno del nostro spread a livelli pre-annuncio. Draghi, infatti, finora ha utilizzato da maestro la carta delle narrativa ma la prova dei fatti, ormai distante solo tre settimane e mezzo, potrebbe dirci altro. Primo, perché nonostante la promessa di “fare di più” se a settembre 2016 l’obiettivo inflazionistico non fosse stato raggiunto, il Qe europeo non è indefinito, “open-ended”, come il terzo ciclo della Fed, visto che se dai al mercato una data obiettivo e quella a cui si farà riferimento per valutare quanto fato e ottenuto, prezzando il proseguo. Secondo, in base alla condivisione del rischio, l’80% di acquisti sarà compiuto dalle Banche centrali nazionali che compreranno proprio debito, quindi se anche noi o la Spagna andassimo fuori dai binari, la Bundesbank non verrebbe colpita immediatamente a livello di bilancio e avrebbe il tempo di intervenire anche su Target2, limitando un po’ le potenziali perdite. Ecco perché gli spread nostro e spagnolo salgono, anche se di poco mentre quello del Bund è in rally verso i minimi storici di sempre, accompagnato dal Treasury Usa, visto che non si può mantenere un differenziale troppo ampio tra gli unici due tassi realmente risk-free esistenti.

Non a caso, proprio ieri, il rendimento del titolo tedesco a 10 anni è crollato ancora e per la prima volta tradava 3 punti base al di sotto di quello del pari durata giapponese, avendo perso 35 punti base dall’annuncio del Qe, come ci mostra il grafico a fondo pagina: poi non dite che non vi avevo detto che il programma di stimolo dell’Eurotower era il peggior segnale deflazionistico che si potesse inviare ai mercati. In compenso, il risultato molto debole dell’asta nipponica della notte tra lunedì e martedì aggiunge criticità a criticità, visto che dimostra come la Bank of Japan stia cominciando a perdere il controllo su quello che di fatto è il più grande mercato obbligazionario del mondo. Attenti, quindi, al contagio.