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SPY FINANZA/ Le strategie dietro alle "montagne russe" del petrolio

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Insomma, il collasso del prezzo del petrolio cominciato lo scorso anno sarebbe interamente legato al problema siriano e quindi, cinicamente, per capire quando si arriverà davvero al "bottom" della caduta dei prezzi, bisognerà attendere il giorno in cui Putin deciderà di abbandonare la sua difesa a oltranza del regime di Assad, perdendo però così tutto il grado di leverage che attualmente ha sull'Europa. Insomma, sono i sauditi a decidere del prezzo del petrolio e sulla questione siriana paiono non intenzionati a sentirsi rispondere "no" da Mosca, questo anche al prezzo di distruggere l'intero comparto shale e l'industria energetica Usa come danno collaterale. 

Ora, questa versione è credibile, resta però il fatto che gli Usa non possono permettere un calo ulteriore del prezzo e una prosecuzione anche solo sul medio periodo di queste dinamiche e, quindi, potrebbero inviare un inequivocabile messaggio in tal senso a Riyad. Al netto della geofinanza, ci sono però anche altre variabili da tenere in conto, non ultima quella speculativa attraverso la manipolazione dei contratti futures. Guardate il primo grafico a fondo pagina, ci mostra una strana dinamica in base alla quale sempre a ridosso della chiusura del Nymex si registrano rialzi del prezzo, destinati poi a sparire una volta chiuso il New York Mercantile Exchange (Nymex appunto), il principale mercato mondiale per futures e options sui prodotti energetici, come petrolio e gas naturale, ma anche su metalli preziosi, come argento, oro, palladio e platino e su metalli industriali come alluminio e rame. E a operare sarebbero sempre gli stessi soggetti, un fondo di trading con base in Olanda che attraverso due bracci operativi denominati Defendant Optiver Holding e Optiver Holding Vof nel marzo del 2007 ha sviluppato uno schema per manipolare il prezzo dei contratti futures petroliferi. 

Optiver, avendo accumulato un grossa posizione netta di Tas (ovvero eseguire circa il 20-30% del trading sui futures di Optiver subito prima della chiusura, salvo poi liquidarli), tradava un significativo volume di futures nella direzione opposta, prima e durante la chiusura della contrattazione con lo scopo di influenzare impropriamente i prezzi dei contratti futures non solo sul crude ma anche sul combustibile per riscaldamento e sul New York Harbour Gasoline. Sembra un film, ma succede davvero e molto più spesso di quanto pensiate, ecco perché il petrolio di carta andrebbe regolamentato, mentre Obama ha pensato bene di tagliare i finanziamenti all'ente regolatore e di vigilanza del Nymex. 

Ora, guardate il secondo grafico, ci mostra grazie all'elaborazione di Bank of America come quello attuale sia l'Hamilton Oil Shock più grande della storia, addirittura maggiore del collasso Lehman. Questo approccio fu sviluppato da Jim Hamilton, da cui ha preso il nome e ci mostra le deviazioni più significative dal trend, utilizzando le differenze in una media di andamento di tre anni per definire gli shock petroliferi e la loro entità: quello attuale è il peggiore a livello di impatto negativo. E sono in tanti a cominciare a pagare prezzi altissimi a questa situazione, visto che a fronte della continua chiusura di giacimenti e siti produttivi - oltre il 20% nelle ultime nove settimane, il dato peggiore dal giugno 2010 e il secondo peggior calo sulle otto settimane da 22 anni -, il gigante Chevron ha deciso di tagliare il 23% della sua forza lavoro in Pennsylvania, a causa «dei livelli di attività molto più bassi di quanto atteso» e di terminare già ora il suo programma di buyback azionario per il 2015, dopo aver acquistato propri titoli per 5 miliardi di dollari nel 2014: a pagare, quindi, sono lavoratori ma anche azionisti. E questi sono solo i primi a subire perdite, il rischio è che il fallout diventi un bagno di sangue. 

La scorsa settimana, infatti, vi ho parlato dell'enorme sovravalutazione della Borsa Usa rispetto alle medie storiche, soprattutto per quanto riguarda la ratio tra prezzi dei titoli e utili e in particolar modo proprio per quanto riguarda il comparto dei titoli energetici. Vi ricorderete come vi abbia detto che la ratio è determinata dal cosiddetto "Forward price earning", ovvero un rapporto il cui numeratore è dato dal prezzo di mercato ma il denominatore è la media delle aspettative degli analisti per quanto riguarda gli utili nei 12 mesi successivi. Bene, nonostante il crollo delle quotazioni delle società legate al settore energy, il calo degli utili e delle aspettative future sugli utili la scorsa settimana hanno mandato i multipli sulle montagne russe a una media di 22, esattamente a 22,4 da 16,6 di fine dicembre, rendendo il comparto energetico quello con la più alta ratio prezzo/utile di tutti i dieci comparti dell'indice S&P's 500. 

 

 


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