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SPY FINANZA/ Le strategie dietro alle "montagne russe" del petrolio

Pubblicazione:giovedì 5 febbraio 2015

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Il tutto a fronte di un debito pari a 3,8 miliardi dollari, livello che ha portato la Energy XXI a fare compagnia a oltre 80 aziende del settore con bond precipitati a livelli "distressed", ovvero con i rendimenti che viaggiano oltre il 10% sopra il debito del Tesoro, visto che gli investitori ormai scommettono che le obbligazioni non saranno ripagate. Insomma, la crisi del petrolio morde e morde parecchio gli Stati Uniti, al netto di una pubblicistica che vorrebbe soltanto Russia e Venezuela in ginocchio per il crollo dei prezzi e mette seriamente a rischio la stabilità - un ossimoro visto il soggetto di cui stiamo parlando - di Wall Street e delle sue valutazioni ormai mark-to-Lsd. 

Insomma, se la teoria saudita del complotto si rivelerà reale, Washington potrebbe presto dover inviare un segnale molto chiaro all'alleato di Riyad. Il quale, però, ieri ne ha spedito uno chiarissimo, rendendo noto attraverso Reuters di aver venduto la quasi totalità (il 5,6% per l'esattezza, al prezzo di 188 milioni di dollari) della propria quota azionaria nel gigante dell'informazione americano News Corporation, un investimento ritenuto strategico dalla Saudi Arabia's Kingdon Holding - il fondo di investimento del Paese - visto che era detenuto fin dal 1997. Stando a quanto reso noto da Ryad attraverso un comunicato, nel quale non si offrono spiegazioni per la decisione, la vendita di titoli è stata «prevalentemente eseguita» nella prima metà del 2014 e conclusa alla fine dell'anno: ovvero, quando la tensione in Ucraina stava salendo e quando i prezzi del petrolio cominciavano davvero a crollare. 

Detto fatto, un'ora dopo la stessa Reuters batteva un'altra notizia, sempre concernente i rapporti Usa-Arabia Saudita e destinata a fare molto rumore. L'agenzia di stampa riportava infatti che Zacarias Moussaoui, un ex dirigente di Al Qeada detenuto a vita negli Usa per il suo ruolo nell'attacco dell'11 settembre 2001, in una dichiarazione scritta presentata alla Corte federale di Manhattan avrebbe reso noto che membri della famiglia reale saudita avrebbero supportato materialmente ed economicamente il gruppo fondato da Osama Bin-Laden. L'ex luogotenente del "re del terrore" avrebbe redatto di suo pugno, alla fine degli anni Novanta, una lista di donatori che includeva alcuni ufficiali e funzionari sauditi «estremamente famosi», tra cui il principe Turki al-Faisal Al Saud, ex capo dei servizi segreti del Paese: «Bin Laden voleva che tenessi un registro di chi ci donava denaro per sapere chi doveva essere ascoltato e chi contribuiva alla jihad», ha scritto Moussaoui. Immediatamente l'ambasciata saudita a Washington ha denunciato il tentativo dell'ex terrorista di «minare le relazioni tra Usa e Arabia Saudita», sottolineando come i lavori della Commissione governativa sull'attacco alle Torri gemelle non avessero trovato alcun riscontro di finanziamento ad Al-Qaeda da parte di Riyad e definendo Moussaoui «mentalmente incapace, come alcune prove avanzate dai suoi stessi avvocati dimostrano. Le sue parole non hanno credibilità». 

Strani timing, però, sull'asse Usa-Arabia ieri. Solo una coincidenza?



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