BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

BANCHE E POLITICA/ Popolari e fusioni, il "risiko" per far crescere l'Italia

Domani al Forex è in programma la relazione del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. ROCCO CORIGLIANO ci offre una panoramica sulla situazione del sistema bancario

InfophotoInfophoto

Il sistema bancario italiano - che si appresta ad ascoltare domani al Forex l’analisi aggiornata del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco - ha resistito meglio degli altri, nell'immediato, all'impatto della crisi, grazie ad alcuni fattori che è bene ricordare: in primo luogo, grazie al modello di intermediazione adottato, prevalentemente orientato agli impieghi in prestiti anziché alla finanza (leggi investimenti in titoli strutturati molto redditizi che si sono rivelati essere anche molto "tossici"); in secondo luogo, grazie all'indebitamento molto contenuto del settore privato dell'economia, solo successivamente colpito dalla lunga recessione che ha caratterizzato il periodo; in terzo luogo, grazie a una normativa di vigilanza piuttosto stringente e a una sorveglianza altrettanto severa da parte della nostra banca centrale. 

Conseguenza principale di questa situazione è stata il mancato intervento dello Stato nella capitalizzazione delle banche, com'è invece puntualmente avvenuto in quasi tutti i paesi sviluppati al fine di evitare il fallimento delle banche in crisi. Tuttavia, il progressivo deterioramento dell'economia, che ha trascinato con sé il mancato rimborso dei prestiti, la crisi del debito sovrano che ha anche determinato il rischio di break-up dell'euro, l'inaridirsi delle fonti di provvista dei fondi sui mercati finanziari internazionali, soprattutto di quelli a medio termine, hanno inevitabilmente finito per riflettersi anche sui bilanci delle nostre banche.

Anche quei fattori che inizialmente hanno preservato il nostro sistema, dopo l'avvio dell'Unione bancaria europea (col Meccanismo unico di vigilanza) e dell'esame cui sono stati sottoposti tutti i sistemi nazionali (il cosiddetto Comprehensive assessment), hanno finito per ritorcersi contro la percezione della sua stabilità: si pensi alla sostanziale penalizzazione cui sono andate incontro le nostre banche, caratterizzate dal richiamato modello di intermediazione orientato ai prestiti, dovendo provvedere ad accantonamenti e rettifiche di valore dei crediti molto consistenti; si pensi ancora ai danni che ha determinato il mancato intervento nell'immediato dello Stato (con modalità non penalizzanti e in quantità adeguata) per la capitalizzazione delle banche risultate più deboli, sulla base, per vero, di ipotesi di stress a dir poco "disastrose".

La politica monetaria della Banca centrale europea ha consentito di limitare i rischi insiti nel deterioramento sopra accennato: le operazioni triennali del 2011 (Long term refinancing operations-Ltro) hanno evitato i danni dell'inaridirsi delle fonti di provvista all'ingrosso dei fondi; nel 2012, l'annuncio delle Omt (operazioni definitive monetarie) ha in primo luogo fermato la speculazione che puntava sul fallimento dell'euro, ha interrotto il legame perverso "crisi del debito sovrano-crisi bancarie", e ha ridotto il rendimento dei titoli di Stato, consentendo di ridurre parimenti il costo del credito per famiglie e imprese; l'introduzione delle Targeted long term refinancing operations (Tltro) ha consentito di indirizzare la maggiore liquidità verso i prestiti all'economia, anche con acquisti di Abs (titoli derivanti dalle cartolarizzazioni) e di Covered bonds (obbligazioni bancarie garantite); da ultimo, l'intervento recente del Quantitative easing (acquisto su larga scala di titoli di Stato), per quanto tardivo, contribuirà a scongiurare i rischi della deflazione e a sostenere la crescita del credito.