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FINANZA/ Fondazioni: un "trust" contro l'autoriforma?

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Il premier Matteo Renzi — draconiano e centralista nell'imporre per decreto una riforma alle grandi cooperative bancarie — tiene ora in serbo un blitz analogo sulle Fondazioni? Quel che è certo è che ha promosso alla presidenza dell'Inps Tito Boeri: economista bocconiano fra i più irriducibili nel teorizzare l'annientamento delle Fondazioni. A Milano gli addetti ai lavori rammentano ancora il duro faccia a faccia fra Boeri e Guzzetti, tre estati fa, nella singolare cornice di Mediobanca. 

Era stato proprio l'ufficio studi londinese di Piazzetta Cuccia a rilanciare un vecchio cavallo di battaglia degli avversari delle Fondazioni (soprattutto nel loro ruolo di azioniste-chiave delle grandi banche): per gli enti sarebbe stato più opportuno dismettere tutte le quote bancarie (dai nuclei stabili Intesa Sanpaolo a UniCredit) e investire in BTp. Si trattava di una variante di un'idea sostenuta senza successo dal presidente di Mediobanca, Francesco Cingano, durante il grande risiko degli anni 90: il Tesoro avrebbe dovuto comprare le Casse di risparmio e le banche pubbliche dalle Fondazioni proprietarie, pagandole in BTp a lunga scadenza e riaggregando poi il sistema bancario secondo un "piano regolatore" (che negli auspici di Mediobanca avrebbe dovuto premiare Comit, Credit e Bancaroma, gli azionisti di Via Filodrammatici, ritenuti i "campioni nazionali").

Oggi lo schema realizzativo potrebbe essere diverso nella forma tecnica, non nella finalità espropriativa: lo strumento potrebbe essere il "trust", uno schermo fra Fondazioni e banche; o forse una holding pubblico-privato sulla falsariga della stessa Cassa Depositi e Prestiti o dei suoi fondi strategici. L'esito potenziale sarebbe quello cui Renzi sta ormai abituando gli ambienti economici: una forte retorica "riformista" apparentemente ispirata al liberismo di mercato; un sostanziale interventismo neo-statalista, come quello che avrebbe potuto prendere forma con un ingresso diretto della Cdp nell'Ilva. La stessa Cdp (partecipata al 18,6% da 66 Fondazioni) che ora potrebbe essere chiamata a garantire una "bad bank" che ripulirebbe alcune banche grandi e medie di troppi crediti in sofferenza accumulati. 

La "politica creditizia" di Palazzo Chigi, in ogni caso, scalpita: la "bad bank" è la leva sostanziale con cui rottamare Popolari (lente nell'adeguarsi ai tempi); e la fretta nel manovrare la "nuova Cdp" nell'emergenza economica può essere un buon pretesto per mettere sotto pressione le Fondazioni. Le quali, tuttavia, è mesi che mettono sotto pressione il Tesoro sulla loro autoriforma. Il Tesoro, dal canto suo, nel 2015, potrebbe doversi inventare qualcosa sia per evitare manovre correttive, sia per apprestare qualche sortita taglia-debito. E in questo caso il Renzi-style sarebbe certamente lontano dal concepire quelle trattative — pazienti e neppure troppo lunghe — che una decina d'anni fa portarono il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, a trasformare la Cdp in una nuova banca di sviluppo: con un miliardo di investimento pronta cassa da parte delle Fondazioni.    

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COMMENTI
08/02/2015 - commento (francesco taddei)

basta coi monopoli italiani che si ricapitalizzano spremendo i correntisti.