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FINANZA/ Fondazioni: un "trust" contro l'autoriforma?

L'autoriforma delle Fondazioni presentata dall'Acri al Tesoro è ferma da mesi. Dopo il decreto-Popolari crescono i "rumor" su un nuovo blitz di Matteo Renzi sugli enti. di ANTONIO QUAGLIO 

Pier Carlo Padoan (Infophoto) Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Per un'autoriforma finanziaria che ha tardato troppo rispetto alle attese del governo - quella delle Popolari - ce n'è una sulla quale è il governo a essere in ritardo : quella predisposta da mesi dalle Fondazioni dell'Acri.

Era lo scorso 31 ottobre quando al tradizionale appuntamento della Giornata del Risparmio il ministro dell'Economia, Giancarlo Padoan, davanti ai vertici delle 88 Fondazioni italiani pose virtualmente un timbro sul percorso avviato dall'Acri due anni prima. «Uno strumento utile e innovativo — sottolineò il ministro — potrebbe prendere la forma di un atto negoziale tra amministrazione pubblica e fondazioni, che individui in un modo più specifico i criteri di comportamento che le fondazioni sono tenute a osservare». L'autoriforma — osservò Padoan, che esercita la vigilanza istituzionale sulle Fondazioni — avrebbe risposto del tutto ai desiderata del Tesoro se alla Carta delle Fondazioni si fossero aggiunti «elementi di chiarezza sulla concentrazione del patrimonio, l'indebitamento e l'uso dei derivati e la trasparenza». 

Dopo la stretta di mano con Padoan, fu lo stesso presidente dell'Acri, Giuseppe Guzzetti, a precisare i termini di un'autoriforma pronta: obbligo di riduzione — in tempi ragionevoli e concordati — delle partecipazioni bancarie entro il 30% del patrimonio totale per quegli enti che ancora fossero al di sopra (tutte le maggiori non lo sono già più). Poi — come aveva già sottolineato il ministro — divieto stretto di investire in derivati ma soprattutto di indebitarsi per sottoscrivere aumenti di capitale: ciò per evitare «disastri come quelli avvenuti su Mps e Carige», aveva puntualizzato il presidente dell'Acri. Riguardo la governance, l'Acri aveva messo sul tavolo fin dal congresso del centenario di Palermo una Carta di principi utili a dare compimento sia alla riforma Ciampi-Pinza del 1998, sia alle sentenze della Corte costituzionale del 2003. I muri fra politica e organi di governo delle Fondazioni, in concreto, avrebbero dovuto consolidarsi, senza più porte girevoli e liberi movimenti fra enti e amministrazioni locali designanti.

Il dossier sollecitato da Padoan — presente il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco — è comunque approdato sui tavoli del Tesoro pochi giorni dopo la Giornata del Risparmio. Ma da lì non si è più mosso e l'unica risposta che le Fondazioni hanno finora ricevuto da Via XX settembre è una stangata fiscale non proprio "mini" inserita nella legge di stabilità: 140 milioni di maggior prelievo sotto forma di inasprimento della tassazione delle rendite finanziarie. Abbondantemente svoltate le scadenze politico-legislative di fine anno, l'«atto negoziale» preannunciato da Padoan sembra ora essere stato abbandonato in una terra di nessuno sulla quale si allunga l'ombra dell'ultimo blitz del governo sulle Popolari. 


COMMENTI
08/02/2015 - commento (francesco taddei)

basta coi monopoli italiani che si ricapitalizzano spremendo i correntisti.