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IL MERITOMETRO/ Un nuovo "spread" che penalizza l'Italia

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Tuttavia un posizionamento così basso non si può spiegare solo con la tendenza italiana di far lavorare l'amico dell'amico o di avere un sistema di regole particolarmente ingessato. Ci deve essere qualcosa di più. Oltre a questi fattori, che causano una bassa produttività del lavoro sia nel privato che nel pubblico e alle modalità con cui si gestisce la "cosa pubblica", bisogna discutere anche di come si spende il denaro pubblico (non sempre in modo produttivo) e quanto se ne spende (troppo per la qualità con cui lo si utilizza).

Da questo punto di vista, allora, non si scorgono ancora delle vere scelte di politica economica e sociale e quindi non ci sono ancora segnali incoraggianti sulla possibilità di avere quella crescita della meritocrazia necessaria per far crescere il nostro Paese. La spesa pubblica resta infatti molto alta e poco produttiva e di conseguenza altissima la tassazione sul lavoro. Questa spesa si concentra sulla sanità, sulle infrastrutture, sulle pensioni e sull'apparato burocratico, essenzialmente per spesa per il personale (dei cui limiti abbiamo detto sopra). Sebbene questo tipo di spesa garantisca stabilità e tenuta sociale non produce sviluppo e spesso non garantisce nemmeno equità. In queste condizioni la meritocrazia fatica a crescere. 

Diverso sarebbe se si spostassero risorse per esempio sulla ricerca, sull'istruzione, sui servizi all'infanzia e alla persona e sulla detassazione per le imprese e sul lavoro. Ognuno dei "capitoli di spesa" appena ricordati ha effetti importanti: fa crescere l'innovazione, la valorizzazione delle competenze e delle potenzialità dei cittadini, l'occupazione femminile, la natalità, favorisce la libera impresa.

Se vogliamo che ci sia più meritocrazia, oltre ad una gestione della Pubblica amministrazione più semplice e qualificata, serve che si spostino molti denari dai primi tipi di spesa ai secondi. Speriamo quindi si parli meno di chi manovra il timone e di più di dove ci vuole portare.



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