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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Dollaro, le scommesse che possono far "schiantare" gli investitori

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Un miglior misuratore è quello che la Fed chiama "Indice di altri importanti partner commerciali", il quale negli ultimi sette mesi è salito solo del 7%: quindi, cosa spiega il recente e netto calo nei prezzi dell'import? Questi sono crollati del 5,5% anno su anno e, anche escludendo il petrolio, non sono cresciuti per tutto lo scorso anno, stando a dati del Labor Department. Per Newedge, si tratta di trend già presenti, ad esempio per televisioni e telefoni cellulari e questo fa parte di una quasi costante storica, visto che si sono registrati cali mensili nelle serie di misurazioni dei prezzi di tv e strumentazione audio e video nel 75% dei casi dal 1994 a oggi. 

Anche il calo dei prezzi dell'abbigliamento non è da attribuire al valore del dollaro, ma agli sconti applicati, visto che i prezzi di materiali importati come il cotone sono continuati a salire. Un'analisi interessante che ha implicazioni molto serie riguardo le decisioni che prenderà la Fed, visto che se la forza del dollaro non sta penetrando nelle dinamiche dei pezzi al consumo, la Banca centrale potrebbe giungere alla conclusione che l'inflazione core è destinata rimanere comunque stabile e decidere di alzare i tassi, probabilmente a giugno o settembre. Ma c'è dell'altro che si muove attorno al biglietto verde. Guardate il primo grafico a fondo pagina: dopo che il recente collasso dei rendimenti dei Treasuries ha portato a chiusure di massa sulle posizioni short sui bond del Tesoro, anche se restano ancora di notevole entità, ecco che c'è del movimento sull'altro trade più affollato al mondo, quello long sul dollaro. 

Certo, l'affollamento resta sulle posizione long nette sul biglietto verde, ma negli ultimi due giorni si è registrato il più grosso calo nell'indice Usd dal settembre 2013. Insomma, il trade sul dollaro forte sta per schiantarsi, sintomo che l'apprezzamento della valuta sull'euro sta per finire? Un dubbio al riguardo me lo mette, paradossalmente, lo studio presentato il 23 gennaio da Goldman Sachs, primary dealer del Tesoro Usa in fatto di titoli di Stato, intitolato un po' apocalitticamente "The end of the beginning" e dedicato proprio alle dinamiche del biglietto verde. E cosa ci dice tra le altre cose la banca d'affari? Due fatti. Primo, l'euro ha vissuto per parecchi anni sopra il fair value, incluso il periodo post-2012 quando il programma di acquisto Omt spinse il cross euro/dollaro su da 1,20 a quasi 1,40, uno shock deflazionario che fu un effetto collaterale non voluto del famoso "whatever it takes" di Mario Draghi. Quindi, come mostra il secondo grafico, la sotto-performance ciclica nei confronti del dollaro, l'opera di "regime break" della Bce con il Qe e la sovravalutazione anche significativa del tassi di cambio reali nella periferia dell'Ue ora stanno puntando verso un significativo undershooting del fair value, in linea con le previsioni di lungo termine di Goldman. 

Secondo, il mercato è focalizzato su quanto il Qe sarà capace di attrarre capitali esteri nell'eurozona, visto che l'Omt ha causato un così ampio rimbalzo. Stando all'ultimo grafico, il portafoglio lordo di inflows esteri nell'eurozona è rimasto ampio nell'attesa del Qe e anche se questo attrarrà ulteriori capitali, visto il grado già elevato di inflows esteri già presenti, a Goldman non pensano che l'apprezzamento dell'euro attraverso questa fonte potrà essere troppo grande. In contrasto, gli outflows lordi di portafoglio dall'eurozona sono costantemente cresciuti, tanto che la media a dodici mesi ora è negativa (ovvero più outflows che inflows). Ora con il "regime break" della Bce attraverso il Qe quegli outflows potrebbero crescere di intensità nei prossimi mesi, sostenendo ulteriormente il calo del cross euro/dollaro.