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SPY FINANZA/ La "trave" cinese che può scatenare una crisi

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La Danimarca l’altro giorno ha abbassato il tasso dei depositi per la quarta volta in due settimane, essendo di fatto al centro di un attacco speculativo da parte di chi scommette che sarà costretta a seguire l’esempio svizzero e rompere il peg con l’euro in vista del Qe della Bce. L’Asia, poi, è un vero e proprio laboratorio al riguardo, con lo yen giapponese già svalutato del 50% contro lo yuan cinese da quando il governo ha dato vita all’Abenomics, ma se prima gli esportatori nipponici hanno goduto i benefici della svalutazione per aumentare i margini, ora stanno tagliando i prezzi per guadagnarsi quote di export e di fatto esportando deflazione. Formalmente lo yuan è legato a un peg con il dollaro, sempre più forte, tanto da aver portato il tasso di cambio bilanciato al commercio a salire del 10% da luglio 2014, un qualcosa che sta erodendo i già minimi margini di profitto con cui operano le aziende cinesi e contraendo non poco le condizioni monetarie. Per David Woo di Bank of America, «Pechino sarà costretta a entrare essa stessa nella guerra valutaria globale per difendersi. Vediamo una netta svalutazione dello yuan come il maggiore tail-risk per l’economia globale».

Se infatti questo dovesse accadere, invierebbe un segnale deflazionistico devastante a livello mondiale, visto che la Cina lo scorso anno ha speso 5 triliardi di dollari in investimenti fissi, più di Europa e Usa insieme, aumentando la sua sovraccapacità in qualsiasi settore, dallo shipping alla produzione di acciaio, dalla chimica ai pannelli solari, a livelli inimmaginabili. Una svalutazione dello yuan scaricherebbe questa situazione su tutti e questo potrebbe capitare in un momento in cui l’Europa è già in deflazione del -0,6% e gli Usa stanno flirtando pericolosamente con il crollo dei prezzi, al netto dei trucchi contabili e delle diverse misurazione utilizzate. Un simile shock sarebbe molto difficile da contrastare, visto che i tassi di interesse sono già praticamente a zero quasi ovunque nel mondo sviluppato e si stanno raggiungendo livelli senza precedenti, con i bond sovrani a cinque anni che prezzo yields negativi già in sei nazioni europee.

E proprio ieri è uscito un altro dato che sembra aggravare non poco gli squilibri macro della Cina, visto che a gennaio le importazioni cinesi sono crollate del 19,9% anno su anno, contro le attese di un -3,2%, il peggior calo dopo il fallimento Lehman, mentre l’export è sceso del 3,3% annualizzato, contro le attese di un +5,9%, il peggior dato per gennaio dal 2009. Il problema è che, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, combinando questi dati la Cina si ritrova con un surplus commerciale di 60,03 miliardi di dollari, il più ampio di sempre. Uno sbilanciamento simile, cosa ci dice dello stato di salute dell’economia mondiale?

E a farci capire che la situazione è davvero seria ci ha pensato giovedì il capo dell’agenzia di rating cinese Dagong, Guan Jianzhong, guarda caso ripreso con grande enfasi dall’agenzia russa Itar-Tass. Ecco le sue parole: «Penso che dovremo affrontare una nuova crisi finanziaria mondiale nei prossimi anni, è difficile dare un termine temporale esatto, ma tutti i segnali sono presenti, come un crescente volume dei debiti e lo sviluppo non sostenibile di economie come gli Usa, l’Ue, la Cina e altre nazioni in via di sviluppo. La situazione, oggi, è però peggiore di quella del 2008. L’attuale crisi russa è dovuta alle sanzioni occidentali più che a fattori interni, mentre negli Usa e in Europa lo scopo del credito ha ecceduto il potenziale per la produzione di beni e ha creato una bolla. Questa crisi è stata trasmessa al mondo intero attraverso le politiche di Quantitative easing e l’uso della pressa valutaria. Ora tutte le nazioni devono pagare per questo. Usa, Ue e Giappone stanno facendo crescere i consumi attraverso la crescita del credito, il che pone un rischio».

Ora, io sono d’accordo con il signor Guan Jianzhong, visto che di queste cose vi parlo ormai da anni direi, però io posso permettermelo, perché non sono presidente di un’agenzia di rating di fatto controllata da uno Stato che, come ci mostra il secondo grafico a fondo pagina, proprio a causa del boom del settore immobiliare e del sistema bancario ombra ha visto il suo debito quadruplicato dal 2007 a oggi, passando dai 7 triliardi di otto anni fa ai 28 triliardi di metà del 2014!