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CARA FNSI.../ Se i "giornaloni" non pagano più certi stipendi la colpa non è di Google

Pubblicazione:mercoledì 11 marzo 2015

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Le tasse "dovute" da Google per finanziare la ristrutturazione dell'editoria d'informazione italiana "in crisi drammatica". Lo ha prospettato - senza troppe perifrasi - Raffaele Lorusso, nuovo segretario generale della Fnsi (il sindacato dei giornalisti italiani) in un'intervista-appello rilasciata al Corriere della Sera. Nei prossimi giorni, conferma Lorusso, è attesa una convocazione a Palazzo Chigi: Fnsi e Fieg (la federazione degli editori italiani di giornali) si augurano che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, apra senza indugio un tavolo multilaterale (allargato anche a poligrafici e distributori) per una "soluzione radicale" alle gravi difficoltà della stampa quotidiana. E la "soluzione radicale", secondo il leader del sindacato unico dei giornalisti, è sotto gli occhi di tutti: il dirottamento ad "aiuto straordinario all'editoria" della tassazione "equa" dei ricavi pubblicitari che Google realizza in Italia (si stima 1,2 miliardi di euro).

La premessa del ragionamento è che la crisi non tocchi singole aziende editoriali private (che in questi giorni stanno inanellando bilanci 2014 pressoché tutti in rosso ennesimo) o categorie professionali circoscritte, ma "l'informazione, bene primario della democrazia; l'informazione seria e autorevole, non la massa informe e spesso bugiarda che dilaga incontrollata nella Rete". Il ragionamento conseguente è che "il lavoro quotidiano svolto dai giornalisti per un imprenditore-editore che investe perché si aspetta un profitto, viene quotidianamente saccheggiato e le regole del mercato non c'entrano".

La falsa equazione proposta è dunque questa: Google (e/o altri giga-motori di ricerca) prendono quotidianamente contenuti dai produttori di informazione (fra cui quelli italiani) e incassano ricavi pubblicitari su contatti ottenuti "fraudolentemente". In una situazione di emergenza per l'intera industria nazionale dell'informazione, scondo questi signori, sarebbe quindi compito dello Stato raddrizzare questa presunta anomalia per via fiscale. Il prelievo tributario che anche l'Italia sta tentando di ottenere per via transattiva da Google (rumors di stampa lo indicano in circa 300 milioni) sarebbe di fatto il recupero del "plusvalore" sottratto, a loro avviso, da Google a un insieme identificato di "content provider". Secondo questo teorema non sarebbe quindi ingiustificato indirizzare tali risorse a una specifica crisi di settore.

Non sorprende che la zelante organizzazione sindacale che rappresenta la larga maggioranza dei giornalisti italiani si muova con passi rapidi e in parte "non convenzionali" per difendere occupazione e redditi dei propri iscritti. Però proprio l'onesta professionalità giornalistica imporrebbe una riflessione. L'"equazione Fnsi" sottende – anzi  afferma – che la crisi dell'editoria italiana è essenzialmente legata a una posizione dominante concessa negli ultimi anni a Google & C. Ma giornalisti, editori e governanti italiani sanno per primi che le cose non stanno così: che il cambiamento accelerato (non solo tecnologico) dell'industria editoriale è soltanto una delle concause della crisi dei media italiani. 


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