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DALLA GRECIA/ Orgoglio o portafoglio: il dilemma che spiega le "figuracce" di Tsipras

Alexis Tsipras (Infophoto) Alexis Tsipras (Infophoto)

Il tratto comune tra i due è lo scontro con i "barbari" che cercano di imporre le proprie regole in terra ellenica: l'Europa comunitaria e l'America allora, la Germania e la Ce oggi. La retorica di Papandreou ebbe una forte presa sulla classe media e su una parte della sinistra che non si identificava nel Partito comunista cui Papandreou aveva rubato gli slogan, ma creò un grave imbarazzo nelle cancellerie europee che ipotizzarono un avvicinamento della Grecia all'Unione Sovietica e all'asse dei Paesi non allineati. Scoprendo le carte, la strategia di Papandreou fu quella di strappare maggiori finanziamenti europei e di aumentare il canone di affitto delle basi americane. Silenziosamente poi rinnovò il contratto di locazione con gli Usa, ma nell'immaginario collettivo Papandreou poté cingersi, con una corona di alloro,  la fronte quale vincitore,  colui che non accetta diktat dai "barbari". Tsipras da parte sua ha toccato la corda della "dignità" e dell'"orgoglio nazionale". Indicativa la nota del ministro delle Finanze Varoufakis: "La gente, più ancora che lavoro e denaro, chiede dignità". Dovrebbe spiegare ai disoccupati se essere senza lavoro significa vivere con dignità, anche se adottano uno "stile di vita sobrio" (citando ancora Varoufakis).

L'America e il Mercato comune europeo di Papandreou sono la Germania e la Troika di Tsipras. Con una differenza sostanziale. Papandreou poteva stampare moneta, aveva come interlocutore soltanto l'opinione pubblica perché nessun nel suo partito osava contraddirlo e il Paese era in crescita. Tsipras ha le casse vuote, un Paese in recessione, deve confrontarsi con le sue promesse pre-elettorali, ma soprattutto deve fare i conti con il 40% di oppositori interni (dai marxisti-leninisti, agli ammiratori di Hugo Chavez), che chiedono, e non certo sottovoce, la "rottura" e con un'opinione pubblica che inizia a mostrare i primi segni di sofferenza e che si chiede come può andare a finire questo braccio di ferro con la Germania. Fino a quando Tsipras potrà tenere legati l'orgoglio nazionale e la realtà? Fino a che spessore semantico la "carne" verrà ribattezzata "pesce"? 

Per usare l'accusa mossa al primo ministro dal vecchio partigiano Manolis Glezos, diventato da eroe della resistenza personaggio politico debordante anche per il governo. Forse il primo ministro dovrebbe leggere attentamente il "Cratilo" di Platone. E non è un caso che nello stesso giorno in cui il governo accettava i controlli dei tecnocrati del "Brussels Group", dal Parlamento parlava di "crimini di guerra da parte del Terzo Reich" e di risarcimento del prestito forzato imposto ad Atene dai nazisti. 

Se si può giustificare la retorica "nazionalista" di Papandreou e di Tsipras si deve anche ragionare sul "guadagno". Al primo l'inveire contro i "barbari" portò consensi, capitali e un controllo plebiscitario della società. Il secondo deve invece ancora passare alla "cassa europea" perché al Paese servono fondi. Toccare il nervo scoperto del passato nazista non giova ai rapporti con Berlino, che potrebbe essere chiamata a votare per un terzo pacchetto di aiuti.

D'altra parte il governo ellenico non ha tutti i torti a chiedere di non essere considerato un "inquilino" ma un "comproprietario" della casa europea. Stando alle dichiarazioni di Elena Panaritis, consigliere economico di Yanis Varoufakis - che ha partecipato alla prima riunione con il "Brussels Group", cioè gli ex-troikani - la controparte ha posto ad Atene il dilemma: se non avete liquidità o pagate gli interessi sul debito o pagate stipendi e pensioni. "Quando diciamo che abbiamo un problema di liquidità e ci rispondono di non pagare per uno-due mesi pensioni e stipendi, sembra che i creditori affrontino questo problema in una maniera piuttosto strana", ha affermato la Panaritis nel corso di una conferenza. Ma ha anche ammesso che il Paese non produce nulla e che "è una vergogna che si possa andare in pensione a 45 anni. Questo deve finire". (Piccola nota: il contenuto delle dichiarazioni della Panaritis viene confermato nella mattinata di venerdì 13 dal ministero della finanze. Alle 15 dello stesso giorno, la signora Panaritis smentisce se stessa e il ministero, affermando che "le mie dichiarazioni fatte in una conferenza pubblica circa l'atteggiamento dei creditori si riferiscono al periodo antecedente al 2015”).