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FINANZA/ La "bolla" di Draghi che crea rischi per banche e assicurazioni

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Secondo l’istituto di ricerche Prometeia, nel 2015 il Quantitative easing produrrà un effetto benefico sul Pil italiano dello 0,6%, pari cioè alla quasi totalità delle crescita che entro fine anno è calcolata per lo 0,7%. Stando all’elaborazione del centro studi, gli impieghi degli istituti di credito aumenteranno sia verso le imprese (+20 miliardi di euro) che verso le famiglie (+13 miliardi). L’intervento della Bce abbasserà ulteriormente il rapporto euro-dollaro, stabilizzandolo a quota 1,05-1,10, e, abbassando ulteriormente i tassi d’interesse, dovrebbe indurre maggiore propensione agi investimenti. Ne abbiamo parlato con Franco Debenedetti, commentatore politico, imprenditore ed ex senatore.

 

Quali saranno gli effetti del Quantitative easing sull’economia reale?

Il Quantitative easing compera debito sovrano dalle banche, non finanzia direttamente investimenti né pubblici, né privati. Nel bilancio delle banche sostituisce crediti fruttiferi con il Tesoro con crediti non fruttiferi presso la Bce. Se il capitale delle banche, tenuto conto dei vincoli posti dalla sorveglianza, lo consente, le banche cercheranno di fare altri prestiti che diano un rendimento, altrimenti non riescono a fare quadrare i propri conti. È questo il meccanismo attraverso il quale le banche sono indotte a dare maggiore credito: a patto che ci sia qualcuno che chieda un prestito.

 

Ci sarà maggiore richiesta?

È molto probabile. Il Qe non aumenta la liquidità delle banche, abbassa i tassi a lungo termine. Segnala a banche e imprese che si possono indebitare a medio lungo termine a condizioni molto favorevoli. Più i tassi sono bassi, più sono gli investimenti che rendono più di quanto costa finanziarli. Aumenta anche la necessità delle banche di trovare prestiti che rendano. E siccome più rendimento inesorabilmente vuol dire più rischio, aumenta il rischio che le banche sono disposte a correre. Altro che fare pulizia nei conti delle banche: il Qe rischia di indurre una propensione al rischio che, anche senza pensare a bolle del tipo di quelle dalle cui conseguenze cerchiamo di uscire, potrebbe portare a un aumento delle insolvenze domani. Saper dare il merito di credito, che dovrebbe essere il mestiere delle banche, diventa più difficile.

 

Il Quantitative easing finirà per aiutare le imprese che esportano, che stanno già bene, senza favorire quelle che vendono solo in Italia e che sono maggiormente in difficoltà?

Per quelle che esportano c’è l’effetto positivo dell’abbassamento del tasso di cambio col dollaro. E chi non esporta, ma fornisce alle imprese esportatrici, ne avrà un beneficio indiretto. Ma il Quantitative easing non è fatto per salvare le imprese. Il suo obiettivo è abbassare i tassi a lungo termine. Generando un effetto scarsità, si aumenta il prezzo dei titoli di stato e in questo modo diminuiscono rendimento e tassi. La Bce accetta come garanzia anche obbligazioni emesse da imprese, ma questo in Europa è un mercato di modeste dimensioni, le imprese europee si finanziano dalle banche e non sul mercato.

 

Ci sono altri effetti indiretti?

Certo, quelli che producono effetti diretti si chiamano aiuti di stato, e l’Europa li ha banditi. Ma anche il Qe non è neutrale, favorisce alcuni e crea problemi ad altri. Ad esempio crea problemi agli assicuratori.

 

A che cosa si riferisce?


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