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Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ Il "testacoda" di Draghi divide l'Europa in due

La politica di Quantitative easing rischia di rendere moltissima liquidità, utile alla ripresa, ma di creare anche dei problemi seri per l'Europa. Ce ne parla UGO BERTONE

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

La moda dei tassi bassi non passa. Anzi. La Federal Reserve, messa alle strette dalla forte ripresa dell'occupazione, ha confermato di aver poca o nessuna voglia di procedere al primo rialzo del costo del denaro dal 2006. Si potrà, al più, ritoccare all'insù l'asticella da giugno o, più facile, da ottobre. Ma solo dopo una correzione al rialzo dei dati in arrivo dall'economia Usa che, al contrario, per ora mostra segnali di frenata, condizionata com'è dal rialzo del dollaro.

La banca centrale Usa, per ora, non fa tagli, ma si moltiplicano intanto quelli degli altri. La mossa più importante è stata quella della Bce che ha già avuto importanti riflessi sul costo del denaro e sul livello dei cambi. Anche il sistema dei prestiti Tltro, che dovrebbero essere veicolati dalle banche ai prenditori finali, è entrato finalmente in piena azione. Francoforte ha assegnato a 143 banche della zona euro 97,848 miliardi di fondi a quattro anni, il doppio della previsione che indicava per l'ultima finestra richieste per 40 miliardi di euro. A beneficiarne sono soprattutto le banche italiane, che si sono aggiudicate circa un terzo del totale dei fondi, attorno ai 32 miliardi. È un ottimo supporto per l'economia italiana, viste le ristrettezze degli istituti di credito, alle prese con oltre 185 miliardi di sofferenze. 

Ma la Bce non è sola a stampare moneta. Dall'inizio dell'anno 24 banche centrali hanno proceduto a operazioni di Quantitative easing o, il che è lo stesso, di svalutazione della propria valuta per sostenere l'export e combattere la deflazione. Il Giappone procede sulla via dell'Abenomics, la Cina, al pari di India e Israele, ha ridotto il costo del denaro. E così via. Non c'è area del pianeta che non sia stata contagiata dal trend della moneta debole. L'Asia, in particolare, contende a Eurolandia il titolo di terra a tasso zero. Nelle ultime settimane hanno tagliato più o meno tutti: Corea del Sud, Vietnam, Tailandia. E si sono mossi anche Singapore, Nuova Zelanda e Australia. Chi sta fermo, come il Sudafrica o l'Indonesia, si accontenta del crollo della valuta (mai così bassa la rupia dal 1998), che favorisce le vendite negli Usa. 

Insomma, i tassi restano ovunque "eccezionalmente" bassi (ma l'eccezione dura ormai da sette anni o anche più). C'è da chiedersi se questo trend è destinato a favorire o meno la ripresa. Messa così, la domanda è fuorviante. In realtà, la politica espansiva ha consentito al pianeta di avere negli ultimi sette anni una crescita non inferiore ad altri cicli più favorevoli. Ma a costo di una crescita impressionante del debito. Il Quantitative easing, argomenta Martin Wolf sul Financial Times, non è tanto una terapia escogitata dai signori delle banche centrali, quanto una conseguenza di una situazione che i banchieri subiscono. La conferma sta nel fatto che l'inflazione non accenna a risalire. E così si spiega perché la Bce, che nel 2011 aveva aumentato il costo del denaro su pressione degli ortodossi della Bundesbank, ha dovuto invertire la sua strategia, adattandosi alle indicazioni di herr Draghi.