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Economia e Finanza

RIPRESA?/ Ecco "l'agenda" che vale il 10% del Pil

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Quando una multinazionale deve decidere se ampliare gli investimenti in Italia, la prima cosa che si chiede la casa madre è: “Quanto ci renderebbe questo investimento?”. Molto spesso una risposta non è possibile perché non si può prevedere quale sarà l’architrave fiscale del sistema di qui a tre o quattro anni. Non si sa quindi né quante tasse si dovranno pagare, né quale margine di manovra potrà avere un’impresa. A chi vuole investire andrebbero stesi tappeti rossi, mentre in Italia si mettono ostacoli alle imprese dal mattino alla sera.

 

Per la Bce in Italia sta aumentando la gravità degli squilibri. A che cosa fa riferimento?

A una procedura chiamata “macroeconomic imbalance procedure” che è stata avviata da un paio d’anni e che attraverso una serie di indicatori serve a individuare dei punti critici nelle varie economie. L’Italia sfora in particolare tre indicatori: il tasso di disoccupazione medio al 10% negli ultimi tre anni; la diminuzione massima delle quote di mercato negli ultimi cinque anni; il rapporto debito/Pil al 60%. Quest’ultimo tra l’altro è un vincolo cui non adempie la stessa Germania.

 

Perché allora la Bce bacchetta soprattutto l’Italia?

Per la verità l’Italia sfora molti meno parametri di tanti altri paesi, solo che quelli che sforiamo noi sono considerati in modo più negativo di altri, soprattutto per quanto riguarda il debito pubblico per il quale siamo sempre sul banco degli imputati.

 

È per questo che il ministro Padoan ha rispedito le critiche al mittente?

Concordo pienamente con quanto ha affermato il ministro Padoan, secondo cui non possiamo attaccarci ogni mese a considerazioni così meccaniche sulla regola del debito. Sappiamo benissimo che questa regola esiste, ma sappiamo anche che l’Europa ha permesso all’Italia di compiere un avvicinamento più moderato al pareggio di bilancio in conseguenza delle riforme avviate e della condizione economica complessiva nel 2014-2015.

 

(Pietro Vernizzi)

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COMMENTI
20/03/2015 - Standard & Poor's (Moeller Martin)

Standard & Poor's, senza dubbio la più seria delle società di rating, lancia un monito a quanti come l'Italia rischiano di non sfruttare l'attuale congiuntura favorevole per aggiustare squilibri cronici ma per finanziare vizi del bilancio corrente. Teniamo ben presente che siamo ad un solo scalino dalla spazzatura e se questi signori ci declassano i nostri titoli di stato non sono più bancabili. Significa essere rifiutati dalla BCE come garanzia, quindi fuori dal QE, dal piano Juncker e da ogni altra forma di finanziamento esistente in Europa. Anche giochini fra stato e banche nazionali sarebbero largamente preclusi visto che la BCE ne ha assunto la sorveglianza e vieterebbe l'acquisto di titoli junk. Insomma ci ritroveremmo nei guai fino al collo. Ma per Renzi non sarebbe un problema: manda un selfie ad Angela e twitta a Mario, che immediatamente riscrive lo statuto della BCE inserendo l'obbligo a soddisfare senza ulteriori indugi ogni richiesta di Roma.

 
20/03/2015 - Siamo furbi, anzi furbissimi (Moeller Martin)

Draghi parla chiaramente del mercato del lavoro, senza se e senza ma. O credevate davvero che veri esperti non si accorgessero che il Jobs Act è una bufala? Ma per i nostri governanti Draghi si è riferito alle nuove tecniche di coltivazioni degli ortaggi. Non manca la solita cigliegina da parte del nostro ministro Padoan, con la rituale accusa all'Europa di non volere finalmente accettare l'Italia come indiscusso paese leader. Evidentemente il governo Renzi ritiene che basti una riforma per rimandare a calende greche la necessità di produrre risultati. Non è così, noi abbiamo assicurato di tutto e l'Europa ha scelto di crederci o forse di fingere di crederci, ma dovranno seguire i risultati. Riforma del lavoro fatta? L'occupazione DEVE salire. Potenziale di crescita maggiore alla realtà? Si avvia una fase di espansione globale e noi DOBBIAMO crescere. A fine anno guarderanno i risultati ed in caso contrario ci faranno a pezzi.