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Economia e Finanza

J'ACCUSE/ Sapelli: così Renzi aiuta la Cina a "prendersi" l'Italia

Il presidente cinese Xi Jinping (Infophoto)Il presidente cinese Xi Jinping (Infophoto)

Assolutamente no. In un’azienda non è importante la nazionalità dell’azionista, ma che si conservi il cervello strategico in loco e l’occupazione. Il problema è che il disegno cinese non è economico, ma  geo-strategico: basta leggere gli ultimi discorsi del Presidente Xi Jinping, in cui annuncia chiaramente che è giunta l’ora di una “Grande Cina”. Io credo che la Cina sia una potenza neonazista. Oggi riviviamo il dissidio che c’era tra Churchill e Chamberlain riguardo Hitler: io sto con Churchill e mi pare che il Governo italiano stia con Chamberlain.

 

Cosa ne pensa invece dell’allarme sull’impoverimento industriale del Paese?

Siamo di fronte a una scelta. Abbiamo tante piccole e medie imprese molto valide, che però sono massacrate da tasse e burocrazia. Se fossero aiutate potrebbero dare benessere al Paese. Diventeremmo dipendenti dall’estero per acciaio, petrolchimica, ecc., ma ci sono paesi che vivono bene anche così. In questo caso, però, dimentichiamoci di essere una nazione potente, che gioca un ruolo internazionale. Se l’Italia vuole restare un “gigante” deve fare in modo che non gli portino via le medie e grandi imprese. La Pirelli era una media azienda, ma le poche grandi che abbiamo dovremmo tenercele care.

 

Come? Con una nuova Iri?

Io sono da sempre per un ritorno dello Stato imprenditore. Certo, i capitali stranieri, come si vede nel caso di Nuovo Pignone e Avio acquistate da General Electric, possono aiutare e far grandi le nostre imprese, ma credo che non si possa non ritornare all’intervento diretto dello Stato. In forma pulita, sul modello del Trust anglosassone, con un solo Officer di nomina governativa e non un cda con il rischio di lottizzazione. Non la chiamo nuova Iri, perché il Paese è stato convinto di una stupidità, ovvero che la corruzione è maggiore nelle imprese pubbliche, mentre ciò che avviene oggi ci dimostra che nelle imprese private forse ce n’è di più. Bisogna tornare all’economia mista, diversamente scordiamoci di poter avere un ruolo nel mondo. 

 

Il “gioiello” forse più importante che ci è rimasto è Eni. Bisognerebbe dunque applicare questa soluzione per il cane a sei zampe?

No, Eni deve rimanere com’è. Senza nessuna cessione di quote, che non servirebbe a nulla. 

 

E per quanto riguarda la rete infrastrutturale telefonica, che è ancora un asset di Telecom Italia?

La rete telefonica va difesa a tutti i costi. Può anche essere nazionalizzata, ma io la lascerei in Telecom, purché rimanga italiana. Vengano pure fondi arabi, sudamericani…

 

Basta che non siano cinesi…

La Cina è una potenza aggressiva. Bisogna capire che la Cina è un pericolo mortale, anche attraverso i suoi bracci economici. Questo non vuol dire che non bisogna commerciare con Pechino. Tuttavia vorrei ricordare quante polemiche sollevarono gli accordi stipulati da Mattei con la Russia e quanto si era parlato della Chiesa del silenzio in Russia. Ora nessuno dice nulla sulle persecuzioni  religiose cinesi?

 

(Lorenzo Torrisi)

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COMMENTI
26/03/2015 - statalismo per coprire la nostra pochezza (alessandro prino)

L'articolo di Sapelli lascia stupefatti per due motivi. Il primo è l'additare la Cina come una entità aggressiva. La storia della Cina dimostra proprio il contrario. A meno che si dia il nome di "aggressività" al fatto di gestire con lungimiranza la propria ricchezza, avere una politica industriale seria, pensare al lungo periodo avendo una visione geo-strategica e, magari, anche una visione dell'importanza del Mediterraneo. Siamo un Paese da anni privo di una politica industriale efficace e concreta, incapace di salvaguardare il proprio tessuto industriale (e tantomeno di difendere le filiere di molti distretti economici), privo di una visione di come posizionarci nell'economia globalizzata, privo persino di una visione del Mediterraneo. Se altri, dalla Cina alla Germania o gli USA, sono più seri di noi non chiamiamoli "aggressivi". Pensiamo piuttosto a sanare la nostra pochezza. Il secondo motivo è la nostalgia di statalismo e autarchia che emerge. Rigurgito di chi non sa dove andare: gli "asset strategici" vanno difesi ma bisognerebbe avere appunto una strategia; il "tessuto industriale" va salvaguardato ma servirebbe sapere dove andare; i porti sono vitali ma da decenni li abbiamo lasciati lentamente morire. Purtroppo causa dei nostri mali siamo noi stessi, non gli investitori esteri. Ben venga chi ci aiuta a riscoprire il valore di quello che abbiamo in casa e magari ci stimola a fare meglio. Serve un rigurgito di dignità, non di statalismo autarchico.