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Economia e Finanza

J'ACCUSE/ Sapelli: così Renzi aiuta la Cina a "prendersi" l'Italia

Restano forti gli appetiti cinesi sull’Italia. Secondo GIULIO SAPELLI, Pechino vuole usare l’Italia come ponte per l’Africa Centrale e farla diventare una sua base sul Mediteranneo

Il presidente cinese Xi Jinping (Infophoto)Il presidente cinese Xi Jinping (Infophoto)

Dopo l’ingresso di China National Chemical Corporation (ChemChina) in Pirelli, si torna a parlare degli appetiti cinesi nei confronti delle imprese italiane. La Stampa scrive infatti che Michael Lee, una conglomerata cinese di Taiwan, vorrebbe acquistare il 35% di Giochi Preziosi, che è il secondo player europeo nel settore dei giocattoli alle spalle di Lego. Ma al di là del fatto che questa operazione vada in porto o meno, la presenza di Pechino nel nostro Paese è forte (basti pensare al 35% in Cdp Reti che controlla Snam e Terna) e da diverse parti si è alzato l’allarme per l’impoverimento industriale dell’Italia. Abbiamo fatto il punto con Giulio Sapelli, professore di Storia economica all’Università di Milano.

Cosa ne pensa di questo interesse della Cina per le imprese del nostro Paese?

In merito ci sono analisi di diverso ordine. Qualcuno ritiene che nel nostro Paese vi sia una presenza non indifferente di immigrati cinesi, che hanno molti rapporti con la madrepatria e sono appoggiati dai propri diplomatici. Inevitabilmente monitorano il tessuto industriale e segnalano delle opportunità. Poi c’è anche sostiene che acquistando le nostre imprese i cinesi comprano tecnologia. Ma questo non è vero, lo dimostra anche l’acquisizione di Pirelli. 

In che modo?

Pirelli è un’impresa che ha perso la grande occasione di diventare un player internazionale, quando è fallita l’acquisizione di Continental agli inizi degli anni ’90. Poi ha ceduto Optical Technologies alla statunitense Corning nel 2000, mentre cinque anni dopo ha venduto Pirelli Cavi a Goldman Sachs ed è nata Prysmian. Alla fine quale tecnologia particolare avrebbe acquistato ChemChina?

Allora, secondo lei, qual è il senso di questa operazione?

Come in precedenti casi, dietro ci sono ragioni militar-diplomatiche, geo-strategiche. I cinesi vogliono venire qui, sanno, a differenza di noi che vi ci affacciamo, che il Mediterraneo è un luogo cruciale e il loro interesse presto si sposterà sui porti, come già visto nel caso del Pireo di Atene. La Cina, infatti, vede l’Italia come un ponte non verso il Nord Africa, ma verso l’Africa Centrale, che non a caso è al centro degli interessi di Francia, Inghilterra e Usa. I cinesi sanno bene che se vogliono penetrare in Africa non possono farlo solo con il lungo tragitto marittimo passando per il Mar della Cina e l’Oceano Indiano, ma devono avere delle basi sicure. 

Lei ha citato dei casi precedenti riferendosi a questa strategia…

I cinesi sono entrati in Cdp Reti, che controlla Terna e Snam, ovvero le reti energetiche. Non lo avrebbero fatto se non volessero avere una base di intelligence, militare in un futuro. E nessun governo europeo avrebbe consentito una quota cinese così importante in un asset così strategico. Credo quindi che sul governo ci siano pesantissime pressioni. Non a caso l’Italia si è affrettata ad aderire alla Asian Infrastructure Investment Bank promossa da Pechino, in cui sono entrati anche gli inglesi in disaccordo con gli americani. È una frattura che secondo me provocherà dei problemi al governo italiano.

Bisognerebbe allora impedire l’ingresso di soci stranieri nelle imprese italiane?


COMMENTI
26/03/2015 - statalismo per coprire la nostra pochezza (alessandro prino)

L'articolo di Sapelli lascia stupefatti per due motivi. Il primo è l'additare la Cina come una entità aggressiva. La storia della Cina dimostra proprio il contrario. A meno che si dia il nome di "aggressività" al fatto di gestire con lungimiranza la propria ricchezza, avere una politica industriale seria, pensare al lungo periodo avendo una visione geo-strategica e, magari, anche una visione dell'importanza del Mediterraneo. Siamo un Paese da anni privo di una politica industriale efficace e concreta, incapace di salvaguardare il proprio tessuto industriale (e tantomeno di difendere le filiere di molti distretti economici), privo di una visione di come posizionarci nell'economia globalizzata, privo persino di una visione del Mediterraneo. Se altri, dalla Cina alla Germania o gli USA, sono più seri di noi non chiamiamoli "aggressivi". Pensiamo piuttosto a sanare la nostra pochezza. Il secondo motivo è la nostalgia di statalismo e autarchia che emerge. Rigurgito di chi non sa dove andare: gli "asset strategici" vanno difesi ma bisognerebbe avere appunto una strategia; il "tessuto industriale" va salvaguardato ma servirebbe sapere dove andare; i porti sono vitali ma da decenni li abbiamo lasciati lentamente morire. Purtroppo causa dei nostri mali siamo noi stessi, non gli investitori esteri. Ben venga chi ci aiuta a riscoprire il valore di quello che abbiamo in casa e magari ci stimola a fare meglio. Serve un rigurgito di dignità, non di statalismo autarchico.