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SPY FINANZA/ Crescita zero, il nuovo incubo che arriva dagli Usa

Pubblicazione:giovedì 26 marzo 2015

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Ma c'è di più, sempre legato alla questione petrolio: con la produzione Usa di Wti che non accenna a diminuire, nonostante i prezzi in picchiata, entro due mesi negli Usa non ci sarà più spazio fisico per stoccare quanto viene pompato dai pozzi, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina e questo significa una sola cosa. Ovvero, che da giugno in poi - se non ci sarà un'inversione di tendenza netta nelle dinamiche dei prezzi - ogni nuovo barile di petrolio prodotto dovrà essere forzatamente riversato sul mercato a qualsiasi prezzo, portando quindi con sé una dinamo ulteriormente ribassista del trend e creando ancora maggior danno all'intero comparto, con ricadute devastanti sul lato finanziario e sulle obbligazioni ad alto rendimento emesse in massa dalle aziende shale oil per finanziarsi, alcune delle quali hanno già fatto default su prime scadenze di soli interessi! Tanto che Societe Generale, nel suo ultimo report, ipotizza addirittura prezzi nell'area dei 20 dollari al barile per il Wti, visto che «il mercato potrebbe dimostrarsi impaziente e i prezzi potrebbero calare in maniera considerevole: attualmente, la nostra maggiore attenzione e preoccupazione è sul lato ribassista, non rialzista». 

E attenzione, perché proprio nel mese di giugno, quando la capacità di stoccaggio arriverà al limite, nel North Dakota è previsto il balzo maggiore della produzione, a prescindere dalle dinamiche dei prezzi, come conferma Lynn Helms, direttore del Department of Mineral Resources, a causa di due fattori: «Un limite temporale per la trivellazione a livello statale e un atteso incentivo fiscale». E non parliamo di un qualcosa da poco: «La produzione nel bacino di Bakken potrebbe salire improvvisamente del 10%, ovvero tra i 75mila e 100mila barili in più al giorno nel mese di giugno. Stiamo parlando di qualcosa di mai visto, un vero e proprio record storico per i produttori del North Dakota quest'estate», un record che potrebbe schiantare il prezzo a livelli insostenibili e tramutare l'effetto benefico del basso prezzo dell'energia, mai sostanziatosi negli Usa a livello di maggiori consumi da parte dei cittadini (basti vedere gli ultimi dati delle vendite al dettaglio), in un incubo in piena regola, prima di tutto per Wall Street, dove alcuni segnali tecnici già parlano di una correzione in fieri (stando i multipli di utile per azione ormai ampiamente sopra quota 26x, insostenibile a meno che le aziende Usa non decidano di tornare profittevoli), ma anche altrove, ad esempio il Canada, dove l'energia pesa per il 10% del Pil e il 25% dell'export e la crisi del prezzo ha già portato all'effetto correlato di un crollo delle vendite immobiliari del 65%! 

Ma non basta, perché è l'intero impianto di intervento delle banche centrali a essere andato fuori giri, visto che come ci mostra il secondo grafico, la Bank of Japan è intervenuta con acquisti diretti di titoli azionari nel 76% dei casi in cui il mercato aveva aperto al ribasso al Nikkei. Già, proprio così, negli ultimi due anni la Banca centrale nipponica si è tramutata in net buyer ogni tre giorni, acquistando titoli per un totale di 2,8 triliardi di yen (23 miliardi di dollari) su Etf che tracciano i principali indici azionari, una differenza netta rispetto a Fed e Bce che - almeno ufficialmente - si sono limitate ad acquisti obbligazionari. 

 

 


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