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SPY FINANZA/ Crescita zero, il nuovo incubo che arriva dagli Usa

Pubblicazione:giovedì 26 marzo 2015

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Sono passate quasi due settimane dal mio ultimo intervento su queste pagine e non è cambiato nulla, mi sembra di essere Bill Murray in "Ricomincio da capo", destinato a vivere ogni santa giornata che il Signore manda in terra identica a quella precedente e nell'attesa di un'altra che ne sarà la fotocopia. Ancora oggi l'Europa è alle prese con il problema greco, ovvero con la patetica mistificazione ellenica in base alla quale viene spacciata per difesa della dignità nazionale nient'altro che la volontà da parassita di continuare a spremere soldi per restare in piedi a dispetto dei Santi e di conti da mani nei capelli. 

Il problema è che nessuno può permettersi che Atene dichiari default, perché l'istante dopo il mercato comincerebbe seriamente a chiedersi quando Spagna o Portogallo o Italia faranno lo stesso, dicendo addio all'euro e dando vita a un'ondata di vendita sull'obbligazionario sovrano capace di trasformare quella panzana clamorosa del Qe della Bce in un'operazione di cassa del Credito Cooperativo di Codazzo. Non vi siete accorti anche voi che da quando l'ipotesi del cosiddetto Grexit si è fatta più probabile, i soloni del "no euro" hanno abbassato pesantemente la cresta, limitando anche le comparsate televisive? Eh già, perché finché si campa sui periodi ipotetici e la fanta-economia siamo capaci tutti di dire che bisogna tornare alla dracma, alla lira, all'escudo o alla peseta, ma quando questo scenario diventa "probabile" allora bisogna fornire ricette reali, qualificanti, per gestire quel passaggio: e lorsignori non le hanno, semplicemente perché se lo scioglimento dell'euro non sarà concordato a livello europeo tra tutti i Paesi membri, con il Fmi a garanzia, il primo che si azzarda a lasciarlo muore schiacciato dai mercati in un weekend. 

In compenso, ho sentito Draghi riempirsi la bocca con la parola ripresa, garantita da euro debole, petrolio dal costo bassissimo e Qe che facilita la fornitura di liquidità: balle, il mondo sta in piedi soltanto per l'aspettativa garantita dalla Fed rispetto all'aumento dei tassi, altrimenti saremmo già nel più nero dei 2008-bis conclamati. E sapete perché? Ricordate il GDPNow della Fed di Atlanta di cui vi ho parlato in uno dei miei ultimi articoli, ovvero il tracciatore del dato di crescita Usa in tempo reale, il quale con l'aumentare dei dati macro disponibili diventa sempre più raffinato e quindi preciso? Bene, il 3 di marzo scorso ci parlava di un Pil statunitense per il primo trimestre di quest'anno all'1,2%, non male rispetto all'asfittica Europa ma ben lontano dal turbo +5% del terzo trimestre del 2014: siccome negli Usa va tutto bene e i dati macro finora pubblicati sono degni di una celebrazione in grande stile, il 12 marzo quel dato era già ridotto alla metà, ovvero un misero 0,6% di Pil nei primi tre mesi di quest'anno. E oggi, a che punto siamo? 

Il 18 marzo scorso, ultimo dato reso noto dalla Fed di Atlanta, il dato di crescita statunitense è a +0,3%, dimezzato un'altra volta, come ci dimostra il primo grafico a fondo pagina. Ovvero, come vi avevo detto, verso metà di quest'anno l'economia Usa viaggerà attorno allo 0% ed entrerà ufficialmente in recessione, nonostante tecnicamente ci sia già. E cos'ha trascinato così tanto al ribasso questo indicatore, storicamente molto più accurato degli altri nel tracciare il Pil? Gli investimenti non residenziali, ovvero pozzi petroliferi e tutte le strutture annesse al comparto energia, devastato dai prezzi sempre più in calo dell'oro nero, come ci mostra il secondo grafico, tanto che il dato di crescita del settore nel mese di marzo è passato da -13,3% a -19,6%, un massacro. 

 

 


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