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SPY FINANZA/ Usa, il "bluff" che coinvolge anche l'Europa

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Cosa sia la "stagnazione secolare" è presto detto: si tratta di una teoria molto controversa in base alla quale un'economia potrebbe rimanere bloccata in un periodo di lungo termine di crescita lenta e tassi di interesse bassi, il tutto dovuto a fattori esterni. Sviluppata originariamente nei tardi anni Trenta da Alvin Hansen (citato nella bibliografia del discorso della Yellen), fu riportata in auge nell'ottobre del 2013 dal consigliere economico della Casa Bianca, Larry Summers, il quale si chiese nemmeno troppo retoricamente se gli Stati Uniti stessero per precipitare proprio in una condizione di "stagnazione secolare": se la teoria originaria imputava questo rischio alla mancanza di innovazione tecnologica, Summers si focalizzò invece maggiormente sul peso degli shock esogeni. Insomma, keynesiani allo stato puro e in libera uscita che scomodano teorie balzane per un unico scopo: giustificare il disastro di mal-investment garantito da anni di denaro a pioggia della Fed, un Qe infinito tramutatosi in unico motore immobile del mercato e capace di gonfiare una bolla dopo l'altra, dalle obbligazioni sovrane a quelle high-yield corporate, dalle commodities alle equities. 

Di più, nell'aprile dello scorso anno gli economisti della Brown University, Gauti Eggertsson e Neil Mehrotra, pubblicarono uno studio molto articolato dedicato alla "stagnazione secolare" e al suo modello, concludendo che la disuguaglianza reddituale e il calo della crescita della popolazione poteva portare il tasso di interesse reale di un'economia a crollare. Essenzialmente, per Eggertsson un surplus di individui che cercano di risparmiare denaro, combinato con un numero di individui che cercano di prender a prestito denaro, può portare il tasso di interesse del mercato a scendere verso livelli inusualmente bassi. Insomma, in base alla teoria se il tasso di interesse è troppo altro, il denaro presente nel sistema non fluisce da fornitori di reddito ai potenziali utilizzatori di quello stesso reddito, portando l'economia verso un periodo prolungato di bassa crescita che non era predetto dal normale ciclo economico: in parole povere, la stagnazione diviene "secolare" e non meramente ciclica. 

Detto fatto, proprio ieri con puntualità assoluta gli impietosi dati macro sembravano voler offrire una sponda a questa ennesima teoria giustificazionista della pianificazione monetaria: come ci mostrano i due grafici a fondo pagina, infatti, per il quarto mese di fila le spese personali hanno fallito nel raggiungere le previsioni, mettendo a segno un misero +0,1% contro le attese di un non già esaltante +0,2%, con un tasso che resta sotto la media di crescita del 2014. Di più, se il reddito è salito di uno 0,4% contro lo 0,3% delle attese, è il dato del tasso di risparmio a essere cresciuto ai massimi dal 2012, non esattamente quanto atteso e sperato dai keynesiani che riponevano nel Qe e nel basso costo energetico le speranze per un balzo dei consumi e quindi dell'inflazione. 

Insomma, al netto dei dati che fluiscono sugli elementi macro dell'economia Usa e stando all'indicatore sempre più preciso del GDPNow della Fed di Atlanta, questo modello economico sembra avere implicazioni dirette per la politica della Fed: come ha ribadito la stessa Yellen venerdì, la Banca centrale Usa potrebbe tenere i tassi bassi - quasi a zero - per un periodo prolungato di tempo. 

Cosa vi dico al riguardo da qualche mese? La Fed semplicemente non può alzare i tassi, da un lato perché l'economia Usa è praticamente in recessione e dall'altro perché Wall Street regge i propri record soltanto a grazie a multipli sulla ratio dell'utile per azione che viaggia a una media di 18x: quindi, o le aziende Usa cominciano davvero a macinare utili che rendano credibili al mark-to-market quei multipli (pressoché impossibile stando le dinamiche macro dell'economia interna e dell'export falcidiato dal dollaro forte) oppure il rally giungerà a un punto di insostenibilità simile a quello della bolla dot.com del 2000. 

 

 

 


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31/03/2015 - Problemi dell'ecconomia reale USA (Moeller Martin)

Da decenni la finanza è un casinò che vive di vita propria con pochi contatti con la cosidetta ecconomia reale. Quest'ultima negli USA ha da anni problemi strutturali seri sia per mancanza di competitività, sie per una cultura di gestione industriale inadeguata, oltre ad essere penalizzata sui mercati globali dall'immagine negativa degli USA ancora più che dal cambio.